Napoli. Finalmente. Dormire in macchina dopo una gita a Bacoli. Lì il mare era agitato. Vedere persone. Vedere amici. Festeggiare la presenza. Mangiare. Bene, ovunque, sempre. La genovese, la genovese di tonno, i saltimbocca salsiccia e friarielli improvvisati, la parmigiana, il carpaccio di gambero rosso con l’uva sultanina, il tartufo e la menta, il gambero bianco, le sfogliatelle salate, le graffe, gli sciú, i via col vento, la provola impastellata e fritta aspettando la pizza. La pastiera di zia R. I dolci di Sal a Minori. Minori alle cinque e mezza del pomeriggio. La costiera. Ravello. Ravello deserta.
Sentire la mancanza. Aspettare, sorriderle, colmarla. (Provarci). Camminare a Santa Lucia sotto la pioggia. Abbracciarsi soprattutto senza braccia, parlare del più e del meno – e sempre mai abbastanza. Abbracciare i più piccoli, con loro è facile la tenerezza.
A Pizzofalcone una scritta su una saracinesca abbassata, “divieto di sosta nell’aria davanti al passaggio”. Divieto di sosta nell’aria. Che arroganza. Che scemenza.
F. che non riesce a staccare gli occhi dal mare per quanto? Minuti, mezz’ore.
La zia R., vulcanica come sempre, che stasera ha nascosto marmellata di arance nel budino al cioccolato e se ne è andata a dormire. Io ho espresso un desiderio ad alta voce e qualcuno (ho un sospetto) ha raccolto un limone in giardino.
Essere come un albero di mandarini. “Non sarebbe male”. Essere un pino marittimo altissimo e aprire le braccia all’insù.
