Puoi cadenzare con i giorni della settimana. Oppure con i mesi. Questo mese ci ha risucchiati dentro un ponteggio. Siamo avvolti da un’impalcatura grigia di più piani, un mantello di nylon bianco che filtra la luce dal mondo fuori attraverso un corridoio di polvere e scale a pioli su cui si arrampicano uomini che parlano – per lo più – lingue straniere. Ogni tanto fuori dalle finestre piovono calcinacci, è l’intonaco scrostato del palazzo. Ho incontrato uno dei muratori al bar sotto casa, non ci siamo salutati. Lo vedo salire e scendere leggerissimo e sempre con una sigaretta in bocca. Quel giorno al bar lui beveva un caffè, io compravo un vassoio di biscotti per la scuola di L., per la sua minifesta di compleanno in sezione. Lei avrebbe scelto, ovviamente, quelli ricoperti di zuccherini rosa. Non erano abbastanza, però. Peccato.
Al mattino le bambine guardano gli uomini al lavoro oltre il vetro della finestra mentre fanno colazione, “Mamma il signore mi ha visto?”, “Credo di sì, ti ha salutata”. Il palloncino colorato a forma di quattro ha rischiato di volare in balcone e da lì di perdersi nel ponteggio.
L. ha compiuto quattro anni e ho scoperto che ai suoi compleanni pari prevale la malinconia. A quelli dispari no, non so perché. Forse nei numeri pari sento – parlo per me – un cerchio che si chiude, un tempo finito da festeggiare per il quale provo già nostalgia. Chissà.
Gli intervalli a scuola sono più brevi di quelli a casa, perché continuiamo un po’ a turno ad ammalarci ed essere malandati. Adesso è F. a necessitare di cure, attenzioni e iniezioni, il collo bloccato in una strana posizione. “Secondo me dovresti smetterla di fare capriole avanti e indietro come quando facevi judo” “Ma hai visto L. come si è divertita?” “Quando facevi judo avevi dieci anni”.
Adesso F. ha i capelli lunghi, e tanti sono fili argentati. Io ne ho, di bianchi, credo più di lui.
In ambulatorio ieri un paziente, 91 anni, mi ha riempito di domande sulla mia vita, sulla fede al dito, sulle mie figlie. “Quanti anni hanno? Ma già due, così giovane?” e poi però, ripensandoci, ha detto piano, in dialetto, alla figlia che lo accompagnava “Tanto giovane poi non dev’essere, questa dottoressa, ha un sacco di capelli bianchi!”. Abbiamo riso, tutti, tanto. Mille volte meglio lui di altri maschi attempati e mediocri, ben due in quattro giorni questa settimana, che hanno cercato di marcare un loro presunto territorio apostrofandomi, giuro, entrambi, con un “Ascolta, ti spiego” (leggi “Ascolta, ti spiego, bambina…”). Uno era un collega e uno un paziente.
Dai, spiegami.
E se sei capace spiegami tutto, che io ammetto di non sapere (quasi) niente.
Soprattutto non so perché certe cose mi commuovano. Per esempio la luce attraverso il ponteggio, o certe domande di L. (“Mamma che sapore ha il cielo?”), o una foto di amici a Stoccolma che festeggiano un compleanno importante (quarant’anni!, il prossimo mio con lo zero, sto pensando per l’occasione di tingermi sì i capelli, e di blu) con una princesstårta.
Per il compleanno di L. non avevamo una princesstårta, ma una torta mimosa stupenda, anzi due, una a forma di quattro e una in più perché siamo golosi, regalo entrambe di nonna A. (e nonno T., che anche per le torte fa calcoli di portata e struttura).
C’era anche un grande mazzo di mimose sul tavolo. In un vaso giallo.
E c’era, subito prima, l’otto marzo.

