E così agosto è scivolato dentro settembre.
Prima di ripartire abbiamo fatto un falò dietro al garage di nonno. Dietro all’orto (l’anno scorso, la notte venivano i cervi a mangiare le cicorie e le zucchine. Quest’anno non cresce niente).
Sono tornata stropicciata.
A casa c’è ancora il cantiere; il gatto che si era perso sul ponteggio è stato ritrovato, poi s’è perso di nuovo e l’abbiamo ritrovato ancora, un pomeriggio giù in cantina (piangeva, non voleva uscire – a volte ci infiliamo in situazioni strane o normalissime e ci paralizza la paura di salvarci).
Ci arrabattiamo aspettando l’inizio delle scuole.
Un anno fa arrivavamo a Stoccolma. Ci manca acutissimamente.
Lo scorso finesettimana lo abbiamo passato a pulire e a montare mobili e a fare e disfare in un ambulatorio che è, finalmente, il mio. In appoggio, in affitto, in transito. Ma mio.
Sono così emozionata.
Stanca. Stordita dagli eventi, dalle notizie dal mondo. Ci assillano le domande sulle declinazioni di resistenza.
Ma se bisogna celebrare, celebro in silenzio, stringendo il mio mazzo di chiavi.
Ne sono molto soddisfatta. Non è stato facile.
Ogni tanto bisogna farsi un complimento.
Sto aspettando di trovare il portachiavi giusto: un amuleto, una bussola, un piccolo timone. Un faro. Un pesciolino azzurro leggero, una barchetta che va, intanto, va…

Mica ceci la novità dell’ambulatorio, sono molto contento, ma ribadisco che devi stare molto calma ❤
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