Lo so non si fa. Meglio: lo so, non si fa. Un mese intero. E settembre è scivolato dentro ottobre. Il mio mese preferito. Ha un nome tondo. Un nome che torna tutto.
In realtà non torna niente. O poco. Ma poco importa.
Settembre ci ha portato molte cose. D’altronde, l’autunno è una stagione fertile. Anzi, meglio: feconda.
Ci ha portati per strada, in piazza, ci ha portato il mal di pancia tra le mani a maneggiarlo come argilla, ce lo ha portato nei piedi a pedalare e a camminare nei cortei. Che bello vedere tanti bambini, e anche i nonni. Peccato quando cinque violenti rovinano l’impegno di tanti altri. E poi via con la solita tiritera delle strumentalizzazioni vicendevoli. Strumentalizzare, poi, è un verbo orrendo.
Comunque abbiamo tirato un sospiro di sollievo, MA PERO’ mica del tutto. Lo so non si dice. Ma a volte occorre.
E restano la mancanza di parole, lo sgomento, l’orrore, la rabbia e la paura. Soprattutto, la paura della disinvoltura dei disinvolti. Per la banalità del male.
Per fortuna, ottobre è un mese dolce.
Nei giorni di sole è più facile coltivare la speranza.
