Arrivati

– Siamo arrivati? – per la volta numero? mille? in pochi chilometri di sole e piattura. (Della nostra pianura mi piace soprattutto che c’è tanto cielo).
– Dobbiamo controllare bene dal finestrino. Prima tanta pianura, poi il mare e poi le montagne. Quando vedi le montagne siamo quasi arrivati.
– Manca molto?
– Sì
– Uffa…
– Ascoltiamo un po’ di musica?
– Sì, mettiamo Espresso Macchiato!
– Quella non è musica
– Papà non complicare le cose…
– Dai. No. Siri, riproduci playlist 1
– Ma il mare è vicinissimo?
Siri: – Il mare è una distesa di acqua salata che lambisce la terra…
– Non possiamo parlare tutti mentre parlo con Siri
– Ma perché Siri ascolta solo te?
– Tetta!
– Eccoci…
– Siamo arrivati?!?

– Mamma!  Ho visto il mare ed è stupendo!!!!! Tu l’hai visto?

poi ulivi, poi oleandri
– Quanto manca?
– Ancora un po’. Dormi un pochino
– No.
– Dai per favore, dormi…
– No, non voglio! Io voglio vedere le cose!

Usare lo swiffer per spolverare i piedini. La faccia tutta colorata di lucidalabbra fucsia.
A Tocco da Casauria i mulini. Alle Gole di Popoli un comprensibile crollo di tolleranza per il viaggio.
– Siri non ci ascolta più!
– Siri è in sciopero
– Cosa vuol dire sciopero?
– Chi vuole un po’ di uvetta?

– Ma è quella del centro estivo?
– Sì, perché? Contenitore intero, due giorni soli…
– Sa di detersivo
– Ascoltiamo Cuoricini?
– Mi hai fatto ‘na capa tanta. Mannaggia a sto centro estivo e sti cuoricini
– Mio amore, mio amore…Espresso Macchiato per favore…
(Per fortuna esistono posti come l’Altopiano delle cinquemiglia. Sapere che al mondo esiste l’Altopiano delle cinquemiglia mette pace nel cuore).
– Siamo arrivati?
– Sì. Siamo arrivati
– Ma abbiamo preso le chiavi di casa?

(Sì, le chiavi di casa le ho infilate nella borsa la scorsa notte alle due, in un impensabile momento di lucidità. E se anche le avessimo dimenticate non avrebbe avuto importanza, perché ad aspettarci c’era nonno P, sulla soglia, in una casa stravolta di pulizie dal tornado zia R, la casa più dolce di nonna A, quella mattacchiona, che ha lasciato dappertutto qualcosa che parla di lei, anche senza volerlo, anche appeso al vento in giardino, il suo giardino bellissimo di cui non ha fatto in tempo a gioire)

– Ehi Siri, riproduci La Macarena

(Nella casetta degli uccellini nessuna traccia di briciole. Allora vengono sempre. Chissà se la notte viene ancora anche la volpe. Sul camino, quello che resta di una candela verde).

Guardia tranquilla

Stasera F. è di turno in ospedale. Spero una guardia tranquilla. Qui a casa regnano il silenzio, il caldo ed uno strano ordine. Quando lui è a casa tutto il giorno succede così. M. ed L. dormono nel lettone. Strappo alla regola (non avrei le forze per alzarmi più volte, più tardi, e poi qualcuno ha un bisogno di mamma più acuto stasera, succede). L. mi ha chiesto se non mi desse fastidio dormire con una catenina al collo. In effetti sì. – Ti sveglia?

Dopo averle addormentate mi sono messa al pc e foto orribili sono balzate dallo schermo dentro la cucina, dentro questo ordine, questo bianco. Dentro la mia testa.

Ieri sera siamo stati a cena a casa di amici. C’era anche Innamorente. Che parla poco e ascolta tutto. Anche quello che non si dice. I bambini strillavano e facevano spettacoli musicali che noi non seguivamo. Qualcuno raccontava qualcosa delle vacanze. Io raccontavo parole brutte sentite al lavoro negli ultimi giorni, o forse le parole brutte erano le mie. Qualcuno ascolta facendo altro, qualcuno ascolta con il corpo e con gli occhi socchiusi, con talento, sarà perché fa lo psichiatra. Quanto siamo fortunati ad avere negli amici delle casse di risonanza che ti parlano anche senza dire niente, nel lasciarti parlare a vanvera. Qualcuno ha detto la parola boicottaggio. Le parole sono già azione.

Ho provato ad andare a dormire, ma in questo momento per me nel lettone non c’è spazio. Le ho trovate che dormono abbracciate, in obliquo. Le guardo e aspetto. La mia guardia tranquilla.

Saint Louis, Illinois

Camminiamo per Ancona sotto il sole delle due del pomeriggio e ci riposiamo sotto un albero di lanterne cinesi insieme ad una famiglia di turisti svizzeri che ci offre caramelle alla coca-cola. Ancona ha bei palazzi e bei colori, mi ricorda Arles. Oso un po’ nel ricordare quel viaggio, quelle sensazioni. (Se tornassi indietro farei l’Erasmus in Francia, Aix-en-Provence. Anzi no, che sciocchezza. Marsiglia. Farei l’Erasmus a Marsiglia e cercherei di restarci il più a lungo possibile. Ma forse nemmeno. Il bello dei porti è che te ne puoi andare con la stessa naturalezza con cui ci arrivi). Restiamo più del previsto? Si sta proprio bene. Quando rientriamo di che colore sarà la nostra casa, mi chiedi. Forse gialla, forse rosa. Il ponteggio è aperto qua e là da squarci nel nylon bianco. Manca poco. Fumano sempre, parlano lingue varie, si è perso un gatto. Che luna domenica sera, in fondo alla strada. Andiamo al concerto alla fine? E con le bambine come ci organizziamo? Ci organizziamo. Ci andiamo. Ci sono lucine appese a ulivi e profumo buono di cibo di strada, e gente rilassata. Pochissimi telefoni. Beviamo birra. Neppure molta. Mi basta. Marcus Miller fa vibrare tutto, dentro, attorno, sposta pure gli orizzonti. Tu cosa avresti fatto se fossi nato a Saint Louis, Illinois, e non avessi saputo suonare la tromba? Probabilmente niente. O forse sì. Chissà che posto è Saint Louis. Ci andiamo?

Da (Sirolo)

La mansarda è tutta bianca. Il tetto spiovente rivestito da travi di pino sbiancato. C’è una piccola finestra che dà sul corso principale del paese, e dall’altro lato due finestre altrettanto piccole con una vista ampia sul verde e, soprattutto, sul mare. Chi l’avrebbe mai detto che da una finestra così minuscola si potesse vedere tanto.
M la mattina si avvicina a quella della  cucina e brontola per essere presa in braccio e guardare fuori, poi fa ciao ciao con la manina. Immagino che saluti il mare. Lo fa anche appena sbuchiamo dal sentiero che attraversa il bosco, sempre al mattino, dopo una decina di minuti all’ombra, al fresco, in discesa; finito il cammino stringe gli occhi nella luce accecante che riverbera sull’acqua, e al contempo li sgrana di stupore, tende l’indice nell’azzurro ed esclama: “Da!”. Termine unico per la meraviglia.
In spiaggia resta nuda tutto il giorno e tutti le invidiamo questa libertà. Sta a contatto naturalmente, immediatamente, con tutto: con l’acqua, coi sassi, con noi e con me. A volte mi prende la mano e mi trascina sul bagnasciuga, mi si stringe addosso e si addormenta beata; non parla, ma chiaramente cerca lo scroscio delle onde sulla ghiaia.
Godiamo del silenzio e del vento, quando c’è.
Mangiamo tagliata di frutta, frittura di paranza e gelato “alla marena” (non mi era mai piaciuto prima di ora).
Abbiamo scoperto che l’ombelico è una culla perfetta per sassi. All’occorrenza anche per bambini.

Poi ogni tanto litighiamo. Bisticciamo, ci arrabbiamo un po’ o “medio” o molto, dipende; qualcuno reagisce facendo i capricci, qualcuno alza la voce, anche se l’età dovrebbe aver insegnato almeno alla metà di noi a non fare nessuna delle due cose, ma è difficile. Qualche volta avrei voglia di fare il bagno da sola. Chiaramente non ci sono ancora riuscita.

Alla sera, dopo cena, andiamo al parco, che assomiglia un po’ ai parchi giochi svedesi per ampiezza e bellezza, ma ha in più degli olivastri incantevoli sparsi qua e là, a ricordarci dove siamo col loro respiro. Parlano, quasi.
Le bambine si stancano tanto di una stanchezza sana, e ci hanno graziati con una notte senza risvegli per quasi sei ore di fila (una soltanto, non esageriamo). Alle cinque del mattino F ed io ci siamo incontrati in cucina, sempre stravolti, a bere un bicchiere d’acqua per l’incredulitá. Lo stupore ha varie forme. Anche la meraviglia, anche quella reciproca.