Camminiamo per Ancona sotto il sole delle due del pomeriggio e ci riposiamo sotto un albero di lanterne cinesi insieme ad una famiglia di turisti svizzeri che ci offre caramelle alla coca-cola. Ancona ha bei palazzi e bei colori, mi ricorda Arles. Oso un po’ nel ricordare quel viaggio, quelle sensazioni. (Se tornassi indietro farei l’Erasmus in Francia, Aix-en-Provence. Anzi no, che sciocchezza. Marsiglia. Farei l’Erasmus a Marsiglia e cercherei di restarci il più a lungo possibile. Ma forse nemmeno. Il bello dei porti è che te ne puoi andare con la stessa naturalezza con cui ci arrivi). Restiamo più del previsto? Si sta proprio bene. Quando rientriamo di che colore sarà la nostra casa, mi chiedi. Forse gialla, forse rosa. Il ponteggio è aperto qua e là da squarci nel nylon bianco. Manca poco. Fumano sempre, parlano lingue varie, si è perso un gatto. Che luna domenica sera, in fondo alla strada. Andiamo al concerto alla fine? E con le bambine come ci organizziamo? Ci organizziamo. Ci andiamo. Ci sono lucine appese a ulivi e profumo buono di cibo di strada, e gente rilassata. Pochissimi telefoni. Beviamo birra. Neppure molta. Mi basta. Marcus Miller fa vibrare tutto, dentro, attorno, sposta pure gli orizzonti. Tu cosa avresti fatto se fossi nato a Saint Louis, Illinois, e non avessi saputo suonare la tromba? Probabilmente niente. O forse sì. Chissà che posto è Saint Louis. Ci andiamo?
Autore: IstriceBlu
Da (Sirolo)
La mansarda è tutta bianca. Il tetto spiovente rivestito da travi di pino sbiancato. C’è una piccola finestra che dà sul corso principale del paese, e dall’altro lato due finestre altrettanto piccole con una vista ampia sul verde e, soprattutto, sul mare. Chi l’avrebbe mai detto che da una finestra così minuscola si potesse vedere tanto.
M la mattina si avvicina a quella della cucina e brontola per essere presa in braccio e guardare fuori, poi fa ciao ciao con la manina. Immagino che saluti il mare. Lo fa anche appena sbuchiamo dal sentiero che attraversa il bosco, sempre al mattino, dopo una decina di minuti all’ombra, al fresco, in discesa; finito il cammino stringe gli occhi nella luce accecante che riverbera sull’acqua, e al contempo li sgrana di stupore, tende l’indice nell’azzurro ed esclama: “Da!”. Termine unico per la meraviglia.
In spiaggia resta nuda tutto il giorno e tutti le invidiamo questa libertà. Sta a contatto naturalmente, immediatamente, con tutto: con l’acqua, coi sassi, con noi e con me. A volte mi prende la mano e mi trascina sul bagnasciuga, mi si stringe addosso e si addormenta beata; non parla, ma chiaramente cerca lo scroscio delle onde sulla ghiaia.
Godiamo del silenzio e del vento, quando c’è.
Mangiamo tagliata di frutta, frittura di paranza e gelato “alla marena” (non mi era mai piaciuto prima di ora).
Abbiamo scoperto che l’ombelico è una culla perfetta per sassi. All’occorrenza anche per bambini.
Poi ogni tanto litighiamo. Bisticciamo, ci arrabbiamo un po’ o “medio” o molto, dipende; qualcuno reagisce facendo i capricci, qualcuno alza la voce, anche se l’età dovrebbe aver insegnato almeno alla metà di noi a non fare nessuna delle due cose, ma è difficile. Qualche volta avrei voglia di fare il bagno da sola. Chiaramente non ci sono ancora riuscita.
Alla sera, dopo cena, andiamo al parco, che assomiglia un po’ ai parchi giochi svedesi per ampiezza e bellezza, ma ha in più degli olivastri incantevoli sparsi qua e là, a ricordarci dove siamo col loro respiro. Parlano, quasi.
Le bambine si stancano tanto di una stanchezza sana, e ci hanno graziati con una notte senza risvegli per quasi sei ore di fila (una soltanto, non esageriamo). Alle cinque del mattino F ed io ci siamo incontrati in cucina, sempre stravolti, a bere un bicchiere d’acqua per l’incredulitá. Lo stupore ha varie forme. Anche la meraviglia, anche quella reciproca.
Spazio nero
Potrai pur dire qualcosa. Se sei online, sul web, su un solo social o due o tre o dieci, se ci passi tempo e investi tempo, se qualcuno ti guarda e ti legge e ti ascolta. Potrai dire qualcosa su quello che sta accadendo. Dovrai pur farlo. Come fai a non farlo. Come. Qualcuno me lo spieghi. Come si fa ad andare avanti come se nulla fosse. Come se non ci lambisse – se non ci tocca direttamente. Come è possibile non dire nulla, fingere che nulla stia accadendo. Dall’altra parte del mare. E se anche fosse dall’altra parte del pianeta. Tutto questo dolore, questo fuoco, questo sangue questo ammattire. Spiegatemelo vi prego.
Non dico che io senta questa come una responsabilità, in un blog mio minuscolo che frequentiamo forse in dieci, ma come una esigenza sì. Devo dire che mi fa male il cuore. Che prego anche se come sempre non sono capace. Che spero e mi chiudo a riccio, per difendermi da cose che non posso e non voglio e non so sapere.
Avere maggio
Palatino linotype predefinito. Appunti mentali veloci. Anche troppo. Cose da dire: tante. Tempo per farlo: poco. Deprivazione di sonno: molta. Darsi un limite, una scadenza, un tempo. E provare a darsi tempo. Quando le bambine danno tempo (quasi mai). “Almeno quando dormono”. Quando dormono? Se una dorme, è sveglia l’altra. Tranne alcune ore preziose, la sera. Ma non tutti i giorni. Secondo un calendario tutto loro. Ho il sospetto che siano due calendari, uno per ciascuna, indipendenti e indifferenti uno all’altro. Ognuna viaggia con risvegli suoi. Fatti nostri, fatti miei.
Tutto ciò per dire che mi piacerebbe scrivere più spesso, molto di più.
Lo faccio nella mia testa ma non basta. Appunto incontri, panorami, paure e suggestioni. Restano quasi tutte incastrate nella mia mente. Mi fa una rabbia…
Mi fanno rabbia molte cose, ultimamente.
Fa arrabbiare il mondo, e fa paura.
Siamo così fortunati, e basta.
Sembreranno banalità ma non lo sono. Siamo fortunati ad avere maggio, e gli amici ed un pranzo di compleanno un sabato qualunque, la torta pere e rosmarino e un palloncino a capotavola in giardino, sul retro, di fronte fa la guardia un gatto senza un occhio. Ti ricordi il campeggio in Toscana, o quella volta a Peschici con la Lancia che non reggeva la salita. Un altro pranzo con un’amica che si sposa, parla solo di cose belle ed è luminosa. Possiamo, sappiamo essere luminosi nonostante il dolore, e la paura. Speriamo valga sempre. Siamo fortunati a tornare in una casa dopo dieci anni indovinando piano e campanello senza guardare. Senza leggere il nome che tanto è sbagliato. Sarà di qualcuno che non importa chi è.
Il tramonto dal balcone è sempre lo stesso.


