Sei arrivata

Sei arrivata una mattina di primavera. E’ stata una nascita potente, bella, luminosa. Anche se nella stanza era quasi oscurità. Mi sono inginocchiata a terra e mi sono aggrappata a tuo padre. Aveva una camicia blu a scacchi, a righe grigie e scure. Ho il ricordo nitido della mia mano che si appoggia sul suo petto e cerca una piega di tessuto da stringere, a cui appendermi con tutto il nostro peso. Quando ho lavato quella camicia, diversi giorni dopo, prima di metterla in lavatrice l’ho annusata a lungo. Aveva ancora quel profumo, un odore buono che conosco da quasi sempre e che adesso, come improvvisamente, era diverso. Nuovo. Era nuovo il mondo con gli occhi di madre, di nuovo, come già era stato bello e nuovo d’un tratto quando è nata L. Dopo il suo arrivo era stato strano guardare fuori dal finestrino dell’auto, mentre tornavamo a casa dall’ospedale; il mondo mi appariva un posto diverso. La strada la conoscevo, il tragitto mi era familiare; eppure, era diverso. Qualcosa era cambiato nel mio sguardo, dentro, e fuori.  C’eri tu, L. Prima non c’eri. Non è un cambiamento irrilevante, nelle misteriose – impercettibili dinamiche dell’universo per perpetuarsi. E ora ci sei tu, M. Ci sei anche tu. Mi sembra di aver fatto una scommessa troppo grande con la vita, e di averla vinta. Mi scoppia il cuore di gioia.

Domani compi un anno. Buon primo compleanno, piccola M.

Pioppi

Il piccolo E. è nato un lunedì mattina, e il mondo un po’ è cambiato in meglio. Diventare zia, a differenza del diventare mamma, non ti stravolge il corpo, ma ti inonda comunque di luce.
Una mattina della scorsa settimana sono andata a trovarlo e l’ho tenuto addosso per un’ora o due mentre dormiva, accartocciato, caldo, profumato di buono. Non ho mai sentito così nitidamente l’odore delle mie, di figlie, sarà per la simbiosi e che il loro odore era il mio, e viceversa.

Oggi siamo stati a pranzo da nonno T. e nonna A. ed E. è stato il nostro piccolissimo pulcino. L. ha scartato anche le di lui uova di cioccolato, una da precoce tifoso del Bologna. Ad un certo punto del pomeriggio nonno T. doveva guardare la partita, E. mangiare e dormire, F. – insolitamente – lavorare. Io sono scesa al parco con le bambine e mentre spingevo M. su un passeggino degli anni Ottanta rimediato in garage tra le ragnatele, L. mi camminava a fianco spingendo la bambola Fragola nella sua carrozzina con enormi ruote rosa. Ci muoviamo con sobrietà tra discorsi magici, emozioni altalenanti, altre nuove, ricordi di infanzia (non c’è più il canestro obliquo al quale giocavo con mio fratello, all’ombra di enormi pioppi, in certi pomeriggi caldissimi d’estate), proiezioni immaginarie di futuro. Di immaginifici futuri possibili, colorati, audaci.

Ho incontrato un conoscente che vive ancora lì, eravamo piccoli insieme, adesso ha due bambini poco più grandi delle mie. Mentre andavano sull’altalena facevano le presentazioni. M. intanto scavava nella ghiaia e forse di nascosto ha mangiato un sasso.

Il mio vicino mi è sembrato proprio uguale a come era quindici anni fa. Forse mi sbaglio, ma vestiva esattamente uguale, parlava esattissimamente uguale. Io mi sento così diversa.
Gli enormi pioppi sono ancora lì.

Un validissimo motivo

Motivi per non dormire stanotte: il fatto che F. non c’è, e mi prende anche un po’ in giro se non riesco a dormire quando non è con noi; le paure nascoste sotto il tappeto, nonostante per questo abbia tolto i tappeti; (il riarmo, Gaza, le foto); una rabbia blu; la stanchezza e la grazia; un libro regalato sul comodino e uno appena, finalmente, desideratissimamente comprato; un termometro (di nuovo) sul comodino; i terremoti; il senso di qui e ora; la pienezza del qui e ora; il peso, la leggerezza, la grazia, di nuovo. Il pensiero veloce che devo lavarmi i capelli e non so quando farlo. A quest’ora purtroppo non posso. L’emozione, l’attesa, la speranza e la fiducia. Mi tiro un po’ più su la coperta. In questo matto mondo continuiamo ad amarci talmente tanto da desiderare di far(vi) nascere bambini. È un pensiero che toglie il fiato. E il sonno. E la paura.
Ti stiamo tutti aspettando, piccolo E.

Cadenzare

Puoi cadenzare con i giorni della settimana. Oppure con i mesi. Questo mese ci ha risucchiati dentro un ponteggio. Siamo avvolti da un’impalcatura grigia di più piani, un mantello di nylon bianco che filtra la luce dal mondo fuori attraverso un corridoio di polvere e scale a pioli su cui si arrampicano uomini che parlano – per lo più – lingue straniere. Ogni tanto fuori dalle finestre piovono calcinacci, è l’intonaco scrostato del palazzo. Ho incontrato uno dei muratori al bar sotto casa, non ci siamo salutati. Lo vedo salire e scendere leggerissimo e sempre con una sigaretta in bocca. Quel giorno al bar lui beveva un caffè, io compravo un vassoio di biscotti per la scuola di L., per la sua minifesta di compleanno in sezione. Lei avrebbe scelto, ovviamente, quelli ricoperti di zuccherini rosa. Non erano abbastanza, però. Peccato.

Al mattino le bambine guardano gli uomini al lavoro oltre il vetro della finestra mentre fanno colazione, “Mamma il signore mi ha visto?”, “Credo di sì, ti ha salutata”. Il palloncino colorato a forma di quattro ha rischiato di volare in balcone e da lì di perdersi nel ponteggio.

L. ha compiuto quattro anni e ho scoperto che ai suoi compleanni pari prevale la malinconia. A quelli dispari no, non so perché. Forse nei numeri pari sento – parlo per me – un cerchio che si chiude, un tempo finito da festeggiare per il quale provo già nostalgia. Chissà.

Gli intervalli a scuola sono più brevi di quelli a casa, perché continuiamo un po’ a turno ad ammalarci ed essere malandati. Adesso è F. a necessitare di cure, attenzioni e iniezioni, il collo bloccato in una strana posizione. “Secondo me dovresti smetterla di fare capriole avanti e indietro come quando facevi judo” “Ma hai visto L. come si è divertita?” “Quando facevi judo avevi dieci anni”.

Adesso F. ha i capelli lunghi, e tanti sono fili argentati. Io ne ho, di bianchi, credo più di lui.

In ambulatorio ieri un paziente, 91 anni, mi ha riempito di domande sulla mia vita, sulla fede al dito, sulle mie figlie. “Quanti anni hanno? Ma già due, così giovane?” e poi però, ripensandoci, ha detto piano, in dialetto, alla figlia che lo accompagnava “Tanto giovane poi non dev’essere, questa dottoressa, ha un sacco di capelli bianchi!”. Abbiamo riso, tutti, tanto. Mille volte meglio lui di altri maschi attempati e mediocri, ben due in quattro giorni questa settimana, che hanno cercato di marcare un loro presunto territorio apostrofandomi, giuro, entrambi, con un “Ascolta, ti spiego” (leggi “Ascolta, ti spiego, bambina…”). Uno era un collega e uno un paziente.

Dai, spiegami.

E se sei capace spiegami tutto, che io ammetto di non sapere (quasi) niente.

Soprattutto non so perché certe cose mi commuovano. Per esempio la luce attraverso il ponteggio, o certe domande di L. (“Mamma che sapore ha il cielo?”), o una foto di amici a Stoccolma che festeggiano un compleanno importante (quarant’anni!, il prossimo mio con lo zero, sto pensando per l’occasione di tingermi sì i capelli, e di blu) con una princesstårta.

Per il compleanno di L. non avevamo una princesstårta, ma una torta mimosa stupenda, anzi due, una a forma di quattro e una in più perché siamo golosi, regalo entrambe di nonna A. (e nonno T., che anche per le torte fa calcoli di portata e struttura).

C’era anche un grande mazzo di mimose sul tavolo. In un vaso giallo.

E c’era, subito prima, l’otto marzo.