C’è una parola, in svedese, che raccoglie in sé un senso denso di calore e benessere, di intimità felice, dolce, l’equivalente del più famoso hygge danese: è mys, che è un sostantivo ma ha anche un verbo, mysa, e forse si potrebbe tradurre, riducendolo un po’, in “stare bene”, sentirsi bene, a proprio agio, solitamente con altri (specialmente le persone con cui si è legati da un affetto profondo), ma anche da soli, e in un ambiente confortevole. L’ambiente è sempre molto importante per gli svedesi.
Ho studiato un po’ il concetto, che mi affascina da quando sono stata a Copenaghen per la prima e – per ora (ma solo per ora) – unica volta e sono rimasta folgorata dal contrasto bellissimo tra il freddo che fa fuori, in inverno, e il calore che si prova dentro; dentro alle case, ai caffè, a qualunque locale, e che non è dato solo dalla temperatura regolata sul termostato (Lars grazie per averci scaldate, finalmente, anche al mattino), ma anche e soprattutto dalla luce, dalla lentezza dei gesti, dal fatto che c’è sempre, sempre almeno una candela accesa o da accendere su un tavolo, o alle finestre, e dalle coperte sulle poltrone, fuori e dentro, persino sugli sgabelli al bar, dal tono basso della voce. Ho ammirato molto la capacità dei danesi di creare questo calore. E l’ho ritrovata, anche se un po’ diversa, qui.
Ho preso appunti sulle ultime pagine della nostra guida svedese che però, adesso, non posso consultare perché è chiusa in uno scatolone nell’ingresso, un pacco che oggi un corriere avrebbe dovuto ritirare e che invece è ancora qui, e mi guarda dalla porta di casa aggiungendo domande al mio già intricato discorso mentale sulla partenza.
Negli appunti c’erano anche alcune declinazioni del mys; vintermys, per esempio, che è il mys d’inverno e ha una estensione nel “mys della tempesta”, che sostanzialmente significa godere del calore di casa e anche della bellezza e della potenza delle forze della natura che imperversano fuori, nelle giornate più brutte, più buie e più difficili.
Amo follemente la capacità di questo popolo di fare buon viso a cattivo gioco.
Oltre alla loro audacia nell’usare il burro in cucina, e il grigio nell’arredamento.
Insomma negli ultimi tempi mysa è stato il nostro verbo e abbiamo acceso un sacco di candele colorate. Anche grigie come le tende, e bianche, ovviamente. La mia preferita però è verde. Sabato siamo stati alla festa di compleanno del piccolo A. che tra poco compie due anni, e c’era una minuscola e simpaticissima caccia al tesoro in italiano e in svedese. “Mamma guarda!” è un’esclamazione universale (“Titta mamma!”). Alla fine un pacco azzurro pieno di cioccolatini è calato dal soffitto vicino alle scale. “Sicuramente è stato Babbo Natale” mi ha sussurrato L. all’orecchio.
La scorsa notte, mentre sempre ad un orario impensabile F. ed io chiudevamo il pacco da spedire in Italia, ammesso che il corriere venga a prenderlo, lui mi ha chiesto “Sei più felice di tornare, o più triste di ripartire?”.
“Non lo so” ho risposto, ed è vero. “Tu?”
Ci ha pensato un po’ su.
“Sono felice di quello che abbiamo fatto qui”.
Abbiamo fatto tanto.
Ma io ho una lunghissima lista di cose da fare, ancora, e posti da vedere (e parole con significati incerti da indagare); la userò come biglietto per tornare.
Intanto dobbiamo aspettare Babbo Natale. Ero tentata di addobbare l’albero ad agosto, prima di partire, e lasciarlo pronto in lavanderia per tirarlo fuori adesso al nostro rientro. Ovviamente non ho fatto in tempo. Per cui aspetto di farlo tra qualche giorno.
Ci metterò vicino una candela verde, è sicuro.
