Cosa succede se malauguratamente metti il detersivo per i piatti nella lavastoviglie, invece di metterci quello per lavastoviglie? Qualche sera fa F. ed io eravamo ancora svegli, tardi, in piedi in cucina, allampanati a fare discorsi e piani e liste della spesa, quando all’improvviso dalla base dell’amato elettrodomestico (che non è vetusto come il resto della casa, ma ha comunque una certa età) ha iniziato a gocciolare un liquido scuro, marroncino; da una parte e dall’altra, tic tic tic, goccia su goccia continuava a colare quest’acqua grigia come un brutto presentimento. Abbiamo fermato il lavaggio, aperto la lavastoviglie. E siamo stati travolti da un’onda di schiuma bianca. Più alta del bancone, voluminosissima e profumata di limone. Ho riso tantissimo.
Ho riso meno e mi sono anche un po’ accigliata con F., artefice del danno (ma avrei potuto benissimo essere io), quando ho capito che l’acqua marrone erano le guarnizioni che si lavavano per la prima volta e che la lavastoviglie non avrebbe funzionato per un po’. Avevamo appunto appena invitato otto persone a cena per domenica.
Sabato è arrivato lo zio G. e domenica lui ed F. hanno smontato e rimontato tubi fino a farne uscire tutta l’aria che vi era entrata e la lavastoviglie ha ripreso a funzionare, appena in tempo per la cena.
Nel frattempo, avevo informato via chat la proprietaria di casa, per chiederle delucidazioni sugli oscuri simboli che lampeggiavano sul display, nel caso le fosse mai capitato di fare uno schiuma party in questa cucina, in tutta la vita che ha vissuto qui. Non le era mai venuto in mente. Però mi ha risposto calma “Please make sure you are safe” e mi ha inviato foto bellissime della stuga (una casa tradizionale svedese, una sorta di cottage in legno immerso nella natura) nella quale si è trasferita, rossa e sommersa dalla neve. Abita lì, a nord di Stoccolma, praticamente sull’acqua, da quando è rimasta sola e questa casa le stava larga e scomoda. Mi ha chiesto quanta neve avessimo qui, se fosse abbastanza per un pupazzo di neve.
Il nostro Olaf ormai si è sciolto e sono tornate temperature più morbide.
Ne abbiamo approfittato per camminare molto, insieme allo zio G. Oggi però no, oggi siamo stati a casa; domani lui riparte e porta con sé due bagagli da stiva solo di cose nostre, per aiutarci nel trasloco al contrario. Questa cosa di iniziare a pensare al rientro mi intristisce un po’.
Ieri è stato il compleanno di F. Ha lavorato tutto il giorno, ci siamo dati appuntamento in un ristorante di Vasastan (quartiere bellissimo) direttamente per cena. Era un locale buio in cui cucinano divinamente carne di renna, patate dolci arancioni e altre cose piene di burro. Siccome qui i bambini sono pensatissimi e presentissimi di giorno nei luoghi pubblici, ma la sera no perché vanno a letto presto, L. si annoia sempre un po’ nelle -rare- volte in cui usciamo la sera. Per distrarla, F. l’ha portata con sé al bancone dell’angolo bar e hanno chiacchierato fitto fitto parlandosi all’orecchio e sbellicandosi dalle risate per circa un’ora. Il cameriere continuava ad offrirle chips al mirtillo e lei sembrava un’adolescente con gli occhi innamorati, del suo papà, non del cameriere. Ho indovinato che si stessero raccontando qualche avventura di Giggino il camaleonte e il tonno Totonno, la saga fantastica che F. improvvisa, ultimamente, con lei. Quando ho indagato, ho scoperto che Giggino e Totonno stavano facendo una passeggiata sul lungomare di Napoli, Giggino camminando, Totonno al suo fianco, nell’acqua. Parlavano del cambiamento climatico e dei sogni nel cassetto di Totonno.
La malinconia fa giri incredibili. Talvolta dolci e belli, persino.




