Come si fa a stare qui a scrivere dello sguardo sul mondo da una finestra che lo ritaglia piccolo e struggente, quando attorno il mondo implode? Che senso ha parlare di un autunno che è arrivato velocemente ed altrettanto velocemente cade a terra, quando la terra chiama sangue, e fuoco, veri ed incessantemente?
Il dolore di cui non ci si capacita. Lo strazio che continua.
Le notizie che non riesco ad ascoltare, e mi ostino.
Qui stiamo bene e le giornate sono piene di giochi, disegni, e figure che ritagliamo ed attacchiamo alle finestre. M. ieri ha tenuto un po’ il broncio, L. ha scoperto che l’unico plaid che abbiamo in casa, in realtà, è un abito da sposa. S. si indigna perché, in questo posto ricco “lontano dal mondo”, i bambini giocano per strada lanciandosi le mele. F. stessa cosa, ma per le castagne. Lui lavora incessantemente, però nei momenti di “libertà” (ma credo che si senta piuttosto libero anche mentre lavora) cucina cose buonissime. Nel pomeriggio mi sono stesa sul letto accanto ad M. che dormiva e ho guardato l’ombra delle foglie degli alberi del giardino danzare sul muro, sulla vecchissima carta da parati a righe verdi e fiori, per un po’. Avevo addosso due maglioni perché il plaid era impegnato al suo matrimonio. Gli unici quadri luminosi della casa sono in camera da letto, stampe di Carl Larsson con la sua casa svedese rossa circondata dai fiori, un gatto a passeggio, i bambini che sorridono facendo merenda con un pezzo di pane.
Forse una chiave è qui. Nei bambini che nascono, e giocano e crescono nonostante tutto.
Nel loro sguardo magico.
L. ha trovato in una stanza un romanzo e mi ha chiesto: “Mamma, questo libro è scritto come parliamo noi? Me lo leggi?”. Mi ha destabilizzata domandandomi anche: “Come si dice pensiero in svedese?”. Raccoglie foglie da terra ogni giorno, oggi le ha usate per fare un centrotavola.
Abbiamo fatto un’eccezione alla regola e abbiamo anche acceso una candela.
“Dovresti scrivere più spesso, vogliamo aggiornamenti!” Ma l’ordinario può essere molto poco entusiasmante. L. è stata ammalata nel week-end e chiaramente domenica c’era un sole meraviglioso, e anche ieri, che però abbiamo trascorso in casa per convalescenza rapida (troppo rapida?). Oggi siamo uscite di nuovo e pioveva. Abbiamo visto Frozen quattrocentomila milioni di volte e ci è venuta anche la Frozen Fever. Effettivamente è un bel film. Anche “Frosen due”. Chissà che budget avevano. Poi col tema montagne del nord, fiordi, renne ultimamente andiamo a nozze. E anche col tema sorelline. Perfetto. Poi c’è Olaf, sempre sia lodato, non vedo l’ora che nevichi per fare Olaf. Già tutto pronto per il pupazzo di neve ma ho ancora solo le scarpe estive. Ieri sera a Stoccolma si è vista l’aurora boreale, ma io non lo sapevo e l’ho scoperto oggi. Abbiamo buttato la nostra collezione di ghiande dalla finestra e ogni tanto andiamo a controllare se lo scoiattolo che abita in giardino sia venuto a mangiarne qualcuna. Io sono convintissima di sì ma L. dice che sono ancora tutte lì. Faccio colazione ad orari improponibili ascoltando voci amiche in messaggi vocali arretrati da giorni, e mentre bevo il caffè con la compagnia dolcissima di M. lo scoiattolo viene sempre a salutarci. Effettivamente non ha mai una ghianda con sè. Domani, cioè oggi, è il compleanno di mio padre ed è un compleanno specialissimo. Noi lo festeggeremo in differita. Guardiamo voli di ritorno senza andata e progettiamo fughe improponibili quasi quanto gli orari delle mie colazioni. Però Tallin dev’essere una bellissima città. Prima o poi dovrò anche ricominciare a lavorare. Scorro maps e nel mar Baltico mi sorprendo a pensare ad Olaf che domanda: “Non ti turba mai il pensiero che niente è permanente?”. Poi M. si rotola sul tappeto del salotto con un sorriso senza denti che mi apre, dissolve la mia dissociazione temporale e prova a gattonare. Ed io sono felice come Olaf sotto la sua piccola nevicata personale.
Negli scorsi giorni ho ricevuto alcune brutte notizie che toccano da vicino persone cui voglio molto bene. Mi si sono piantate delle spine nel cuore.
Qui è arrivato l’autunno, il vento è freddo e passiamo parecchio tempo in casa. Domenica, però, siamo stati a Uppsala, attirati calamiticamente dal sole e da un treno, come sempre. Sotto alla cattedrale abbiamo scoperto un parco che sembra un bosco e, nel bosco, un’area giochi specialissima in cui L. si è persa per ore, ed F. con lei. Nel frattempo, M. ed io abbiamo passeggiato a lungo e abbiamo scoperto, in fondo ad un sentiero, un teatro inatteso, a conferma della mia teoria per cui tutte le strade più belle portano a un teatro; tutto attorno si sviluppano gli edifici dell’università, e abbiamo costeggiato il campus e la biblioteca, tra la facoltà di teologia e quella di filosofia, per arrivare al vecchio cimitero.
Volevo entrare lì richiamata dal silenzio e dai colori di quell’enorme giardino aperto sulle strade attorno, sul bosco e anche sull’area giochi; mi attraevano i sentieri di ghiaia ordinati, le coppie che passeggiavano mano nella mano, le lapidi scure e antiche e i nomi senza storia, ai miei occhi, solo pieni di segreti. C’era un sole appena tiepido, mi sono scaldata camminando in quella pace.
Quella passeggiata mi ha un po’ aggiustata.
Dovremmo camminare più spesso con in mano il nostro cuore. Aperto. Anche se fa un freddo cane.