I’ll be back in about ten minutes

Siamo state in una foresta di tronchi verde brillante. C’erano anche foglie giganti su cui arrampicarsi, ma solo scalzi. Attorno c’erano renne e alci, però in un recinto, senza allegria e a ripensarci ecco perché non mi sono piaciute – preferisco incontrare i cervi per strada, in Abruzzo, d’estate. Anche L. le ha guardate con un entusiasmo che è durato poco, percepiva la finzione, credo. Ad un certo punto si è stancata, ha preso la rincorsa e si è lanciata sul passeggino, “vado a sdraiarmi”, ma l’ha ribaltato catapultandosi a terra e tuffandosi di testa sul cemento. Da lì è iniziato un pianto bitonale che è continuato fino all’uscita dal parco e per tutto il tragitto in tram; abbiamo costeggiato l’acqua a quell’ora splendida che sono le cinque del pomeriggio, le barche che si muovevano lentamente e attraccavano ai piccoli moli tra i chioschi come per fare aperitivo. Al primo piano del Kungliga Dramatiska Teatern, sulla terrazza, nel sole, alcuni fortunati facevano aperitivo davvero. Ho avuto la tentazione di scendere dal tram (sola) e unirmi a loro.

Il giorno dopo sono entrata da H&M per comprare delle tutine a M., che non si lamenta ma ogni tanto suppongo abbia freddo, o stia scomoda, negli abiti tutti sbagliati che ho portato per lei; in coda alla cassa è scoppiata in un pianto disperato, come non fa mai, ed urlava talmente forte che anche l’imperturbabile, giovanissimo commesso ha iniziato a sudare. Mi ha chiesto di pagare la spesa della signora straniera che mi precedeva, la cui carta di credito non funzionava e che mi voleva rimborsare in corone per le quali non avevo il cambio giusto, e non parlava, come me, lo svedese, ma anche in inglese non ci capivamo, e intanto M. strillava e il commesso si agitava ed io avevo caldo, molto caldo, con addosso la fascia ed M. e tutte quelle tutine di lana. Alla fine gli ho lasciato tutto sul bancone, “mi occupo della bambina e torno tra dieci minuti”; ma dopo averla allattata e addormentata mi sono incamminata verso casa, pensando che sarebbe stato bello fare, prima o poi, quell’aperitivo sul terrazzo. O arrampicarsi su una di quelle foglie giganti, sdraiarsi a prendere il sole, chiudere gli occhi un istante.

Delle tutine mi sono completamente dimenticata.

Non sono per niente stanca.

Paguri

Oggi non è stata una giornata splendida per L., che è la più grande delle mie bimbe e ha quasi tre anni e mezzo. D’altronde, come se la nascita di sua sorella M. quattro mesi fa non fosse abbastanza per sconvolgere il nostro e soprattutto il suo universo, è sopraggiunto anche questo trasferimento temporaneo che certo non la aiuta. Temporaneo, poi, temo che per lei – che vive soprattutto di presente -significhi ben poco. Ci siamo mosse appena e nel quartiere, siamo andate a comprare gli acquerelli e li abbiamo usati per disegnare un mare di onde colorate per papà, che dopo mesi di lavoro acrobatico e agilissimo da remoto è tornato a quello “con i grandi” (“ma perché i grandi devono lavorare tanto?”). Quando è rientrato lui il suo cielo si è schiarito e hanno giocato alla loro versione di mare (“tu peschi e io sono un pesciolino, anzi, un paguro”). Non l’ho detto a nessuno dei due, ma ignoravo cosa fosse un paguro e l’ho cercato di nascosto, nascosta in cucina. Ho confidato a M., che mi guarda con occhi spalancati sempre e comunque, quanto mi dispiaccia aver perso più volte la pazienza. So che attorno il mondo implode e non riesco quasi a leggere le notizie. Mi sento in colpa per questo. Ho provato più volte, in queste ore, a guardare tutto con gli occhi di L., dal suo metro e qualche centimetro di altezza. Devo dire che è un esercizio che fa bene al cuore. A tavola stasera F. le ha chiesto “È ora della frutta. Di cosa avresti voglia?”. “Della Nutella col cucchiaio grande, come la mamma”.

Hurra!

Troneggiava a caratteri cubitali sul tetto di un grande albergo del centro città. E’ stata una delle prime cose che ho visto di Stoccolma; questa gigantesca insegna luminosa come solo le grandi metropoli sanno permettersi. Appena dietro la stazione, appena arrivati, a riconsegnare l’auto che abbiamo noleggiato per i primi due giorni, per tentare di essere più agili nello spostare valigie e bambine dall’aeroporto a casa, per la prima grossa spesa al supermercato e per azzardare anche una gita fuori porta, perchè per riposarsi ci sarà tempo e non è mai quello imminente.
Hurra!
E ho pensato anche io: ce l’abbiamo fatta, siamo qui davvero. Ho sorriso. Urrà!

Siamo arrivati a Stoccolma e abbiamo preso possesso di una casa che assomiglia, e non sto scherzando, a Villa Villacolle di Pippi Calzelunghe: è una grande casa di legno di inizio Novecento, tutta bianca e tutta scricchiolante. Nell’ingresso, condiviso con l’altra famiglia che abita accanto, sono appese foto in bianco e nero dell’uomo che l’ha costruita ed una planimetria accuratissima, disegnata a mano. La proprietaria ci ha raccontato che quello nella foto è suo nonno e che nel giardino, piccolo ma non piccolissimo, hanno festeggiato anche un matrimonio. Alle finestre sono appese lampade semplicissime e bellissime che alla sera accendiamo, perchè qui usa così e tutte le case hanno almeno una luce accesa ad illuminare la strada e a trasmettere, fuori, il calore di dentro. Dai marciapiedi ci si sente molto meno soli.

F. ha ovviamente tentato di avviare una coltivazione di basilico e prezzemolo sul davanzale della cucina, sfidando la latitudine. Io mi trattengo ogni sera dall’accendere le candele, perchè il legno è fascinoso e scricchiolante ma anche infiammabilissimo. Camminiamo scalzi e non abbiamo ancora finito di disfare le valigie.

Sulla fronte di Zorba

Forse ho trovato il nome.

Il nome è importante.

Ho creato una cartella sul mio desktop.
Si chiama Istrice.

“Perché proprio Istrice?”, mi ha chiesto F. una sera, nella strada dove iniziano tante cose, dove le immagino all’inizio, o mi accorgo che sono appena iniziate. Eravamo a cena.
“Perché è un animale che mi somiglia. E’ spettinato, è nottambulo, è fedele. Ed è onnivoro”.

“Quindi sei un istrice”
“Ci metterei l’apostrofo. Un’istrice femmina”
“Non so se vuole l’apostrofo”
“Io ce lo metterei comunque”
“Ok. E un’istrice come?”
“In che senso, un’istrice come? Un’istrice e basta”.
Ci ho pensato un po’ su.
“Anzi no, non sono solo un…porcospino, per fortuna. Purtroppo, o per fortuna…”
“Beh, direi per mia fortuna…”.

Abbiamo riso. Abbiamo bevuto e sognato, su varie cose, non strettamente legate alla mia identità di roditore.

Quindi adesso nasce. Come un’istrice, e non.

Per il momento è solo una cartella sul mio desktop, dove lo sguardo stupito del gatto Zorba guarda Fortunata come si guardano, per la prima volta, le cose che nascono.
Con occhi grandi, stralunati, pieni di domande.
Che è come continuo a guardarla io, che ancora non ci credo.

Ho spostato la cartella col cursore trascinandola vicino a quegli occhi. Sulla fronte di Zorba.

A quanto pare, sta davvero nascendo, il mio blog. Qualcuno che ci ha creduto più di me mi ha convinta a scriverlo, adesso che siamo in un momento di cambiamenti turbolenti e scosse telluriche, in partenza in tutti i sensi.

E’ uno spazio acerbo, e per l’appunto io mi sento un po’ goffa e spinosa nel muovermici.
Ma per fortuna, altrui e mia, e infatti, oltre ad un porcospino sono anche alcune altre cose.

Adesso che sono appena diventata mamma per la seconda volta, che ho messo in stand-by il lavoro per qualche mese (come se si potesse smettere davvero, radicalmente, di fare il medico – la mia risposta definitiva a questa domanda è no, e non mi dispiace) e proprio adesso che siamo in procinto di trasferirci in Svezia per un po’, mi sembra giunto il momento di dare uno spazio a questa istrice.

Che ho disegnato, ed è venuta fuori blu.

Faccio un bel respiro, prendo la rincorsa e poi…si parte.