Lo so non si fa. Meglio: lo so, non si fa. Un mese intero. E settembre è scivolato dentro ottobre. Il mio mese preferito. Ha un nome tondo. Un nome che torna tutto.
In realtà non torna niente. O poco. Ma poco importa.
Settembre ci ha portato molte cose. D’altronde, l’autunno è una stagione fertile. Anzi, meglio: feconda.
Ci ha portati per strada, in piazza, ci ha portato il mal di pancia tra le mani a maneggiarlo come argilla, ce lo ha portato nei piedi a pedalare e a camminare nei cortei. Che bello vedere tanti bambini, e anche i nonni. Peccato quando cinque violenti rovinano l’impegno di tanti altri. E poi via con la solita tiritera delle strumentalizzazioni vicendevoli. Strumentalizzare, poi, è un verbo orrendo.
Comunque abbiamo tirato un sospiro di sollievo, MA PERO’ mica del tutto. Lo so non si dice. Ma a volte occorre.
E restano la mancanza di parole, lo sgomento, l’orrore, la rabbia e la paura. Soprattutto, la paura della disinvoltura dei disinvolti. Per la banalità del male.
Per fortuna, ottobre è un mese dolce.
Nei giorni di sole è più facile coltivare la speranza.
Pesciolino azzurro leggero
E così agosto è scivolato dentro settembre.
Prima di ripartire abbiamo fatto un falò dietro al garage di nonno. Dietro all’orto (l’anno scorso, la notte venivano i cervi a mangiare le cicorie e le zucchine. Quest’anno non cresce niente).
Sono tornata stropicciata.
A casa c’è ancora il cantiere; il gatto che si era perso sul ponteggio è stato ritrovato, poi s’è perso di nuovo e l’abbiamo ritrovato ancora, un pomeriggio giù in cantina (piangeva, non voleva uscire – a volte ci infiliamo in situazioni strane o normalissime e ci paralizza la paura di salvarci).
Ci arrabattiamo aspettando l’inizio delle scuole.
Un anno fa arrivavamo a Stoccolma. Ci manca acutissimamente.
Lo scorso finesettimana lo abbiamo passato a pulire e a montare mobili e a fare e disfare in un ambulatorio che è, finalmente, il mio. In appoggio, in affitto, in transito. Ma mio.
Sono così emozionata.
Stanca. Stordita dagli eventi, dalle notizie dal mondo. Ci assillano le domande sulle declinazioni di resistenza.
Ma se bisogna celebrare, celebro in silenzio, stringendo il mio mazzo di chiavi.
Ne sono molto soddisfatta. Non è stato facile.
Ogni tanto bisogna farsi un complimento.
Sto aspettando di trovare il portachiavi giusto: un amuleto, una bussola, un piccolo timone. Un faro. Un pesciolino azzurro leggero, una barchetta che va, intanto, va…
Q.b.
La giornata è iniziata con L che non voleva mettersi i calzini “perché non si vede lo smalto”. È continuata con rocambolesche e mirabolanti avventure. Verso le cinque e mezzo/sei del pomeriggio mia cugina grande mi ha trascinata a fare aperitivo nel chiosco adiacente al parco giochi, che funge perfettamente da rifugio a bassa quota (neanche tanto) per genitori sull’orlo di una crisi di nervi. Ho bevuto (in piedi ovviamente) uno spritz troppo velocemente, e dopo il mondo era più leggero. Non sapevo ancora che più tardi avrei dovuto affrontare un’altra crisi di nervi, di L stavolta, e capricci vari a ritmo incalzante. Ignara e rilassata (nei limiti del possibile) mangiavo tutte le patatine che M rovesciava sul tavolo prima che le leccasse e le rimettesse nella ciotola comune. In due giorni ha già arricchito la sua dieta con varie manciate di terra e alcuni rebbi di forchette di plastica. Mi pare sufficiente. Intanto guardavo i bambini che giocavano sulla giostra e ne ammiravo soprattutto questa capacità: è sufficiente che uno solo urli “basta! Voglio scendere” o “Così è troppo veloce!” perché il gioco finisca istantaneamente. Si rallenta subito, si smette in un attimo. Tutti si fermano se per uno è troppo. Questo a conferma di quanto avremmo da imparare, dai bambini. Anche se a volte ci trascinano in vortici di pressoché infinito dispendio energetico e con chiara percezione di distacco dalla realtà. Mio fratello, che stava bevendo il suo spritz con aria più rilassata della mia, a un certo punto si è avvicinato e mi ha passato un braccio attorno alle spalle. – Sono troppo esaurita? – No. Non troppo. Q.b.
Chi cerca trova
Cambio di valle e prospettiva. Ora dormiamo sotto il gigante della Majella. (Dormire è, al solito, un parolone). Il paese è sempre lo stesso ma non è vero. Il paese lo sento anche mio, il paese di mio padre, che faccio arrabbiare perché perdo le chiavi di casa, crede lui, che mi fa arrabbiata, che mi fa ridere. Il paese di tanti ricordi stupendi d’infanzia, delle vacanze nel vero, inconsapevole, significato e senso del termine. Delle prime volte che non riesco a contare sulle dita che non bastano. Delle storie di famiglia che si rincorrono e cambiano e si riscrivono. F è tornato subito al lavoro, con le bambine dormiamo per la prima volta nell’appartamento della nonna, dei nonni e bisnonni, nell’armadio cercando una coperta ho trovato una valigia verde acqua anni Cinquanta e una scatola di scarpe “modello Sanremo”. Qui sono rimasti 800 abitanti scarsi che resistono nella restanza. Alla scuola elementare c’è una pluriclasse. Ci dev’essere una formula per salvare la polvere magica che si deposita sul passato prima che voli via. Il passato è molto presente in certi luoghi. È la loro chiave di accesso. È la loro salvezza.
Oggi sono arrivati la zia M e lo zio G con il piccolo E che qui era stato solo da dentro il pancione. Un anno fa lui nuotava microscopico nel liquido amniotico mentre la zia M configurava l’istriceblu, una notte molto tardi. Proprio qui. Stanotte, mentre nonno T mi imprecava contro in ciabatte cercando la chiave smarrita, la zia M è scesa a portarmi un fagotto di pizzelle all’anice. Le avrei voluto dire vieni dentro, facciamoci un caffè in questa cucina che non profuma di caffè da troppo tempo. Ma le mamme di bimbi molto piccoli, si sa, anche la notte vanno di fretta. Tranne che molto tardi. Molto tardi fanno cose strane, configurano siti, scrivono, si scrivono. Si cercano e trovano. Cercano, scavano.


