Potrai pur dire qualcosa. Se sei online, sul web, su un solo social o due o tre o dieci, se ci passi tempo e investi tempo, se qualcuno ti guarda e ti legge e ti ascolta. Potrai dire qualcosa su quello che sta accadendo. Dovrai pur farlo. Come fai a non farlo. Come. Qualcuno me lo spieghi. Come si fa ad andare avanti come se nulla fosse. Come se non ci lambisse – se non ci tocca direttamente. Come è possibile non dire nulla, fingere che nulla stia accadendo. Dall’altra parte del mare. E se anche fosse dall’altra parte del pianeta. Tutto questo dolore, questo fuoco, questo sangue questo ammattire. Spiegatemelo vi prego.
Non dico che io senta questa come una responsabilità, in un blog mio minuscolo che frequentiamo forse in dieci, ma come una esigenza sì. Devo dire che mi fa male il cuore. Che prego anche se come sempre non sono capace. Che spero e mi chiudo a riccio, per difendermi da cose che non posso e non voglio e non so sapere.
Avere maggio
Palatino linotype predefinito. Appunti mentali veloci. Anche troppo. Cose da dire: tante. Tempo per farlo: poco. Deprivazione di sonno: molta. Darsi un limite, una scadenza, un tempo. E provare a darsi tempo. Quando le bambine danno tempo (quasi mai). “Almeno quando dormono”. Quando dormono? Se una dorme, è sveglia l’altra. Tranne alcune ore preziose, la sera. Ma non tutti i giorni. Secondo un calendario tutto loro. Ho il sospetto che siano due calendari, uno per ciascuna, indipendenti e indifferenti uno all’altro. Ognuna viaggia con risvegli suoi. Fatti nostri, fatti miei.
Tutto ciò per dire che mi piacerebbe scrivere più spesso, molto di più.
Lo faccio nella mia testa ma non basta. Appunto incontri, panorami, paure e suggestioni. Restano quasi tutte incastrate nella mia mente. Mi fa una rabbia…
Mi fanno rabbia molte cose, ultimamente.
Fa arrabbiare il mondo, e fa paura.
Siamo così fortunati, e basta.
Sembreranno banalità ma non lo sono. Siamo fortunati ad avere maggio, e gli amici ed un pranzo di compleanno un sabato qualunque, la torta pere e rosmarino e un palloncino a capotavola in giardino, sul retro, di fronte fa la guardia un gatto senza un occhio. Ti ricordi il campeggio in Toscana, o quella volta a Peschici con la Lancia che non reggeva la salita. Un altro pranzo con un’amica che si sposa, parla solo di cose belle ed è luminosa. Possiamo, sappiamo essere luminosi nonostante il dolore, e la paura. Speriamo valga sempre. Siamo fortunati a tornare in una casa dopo dieci anni indovinando piano e campanello senza guardare. Senza leggere il nome che tanto è sbagliato. Sarà di qualcuno che non importa chi è.
Il tramonto dal balcone è sempre lo stesso.


Sei arrivata
Sei arrivata una mattina di primavera. E’ stata una nascita potente, bella, luminosa. Anche se nella stanza era quasi oscurità. Mi sono inginocchiata a terra e mi sono aggrappata a tuo padre. Aveva una camicia blu a scacchi, a righe grigie e scure. Ho il ricordo nitido della mia mano che si appoggia sul suo petto e cerca una piega di tessuto da stringere, a cui appendermi con tutto il nostro peso. Quando ho lavato quella camicia, diversi giorni dopo, prima di metterla in lavatrice l’ho annusata a lungo. Aveva ancora quel profumo, un odore buono che conosco da quasi sempre e che adesso, come improvvisamente, era diverso. Nuovo. Era nuovo il mondo con gli occhi di madre, di nuovo, come già era stato bello e nuovo d’un tratto quando è nata L. Dopo il suo arrivo era stato strano guardare fuori dal finestrino dell’auto, mentre tornavamo a casa dall’ospedale; il mondo mi appariva un posto diverso. La strada la conoscevo, il tragitto mi era familiare; eppure, era diverso. Qualcosa era cambiato nel mio sguardo, dentro, e fuori. C’eri tu, L. Prima non c’eri. Non è un cambiamento irrilevante, nelle misteriose – impercettibili dinamiche dell’universo per perpetuarsi. E ora ci sei tu, M. Ci sei anche tu. Mi sembra di aver fatto una scommessa troppo grande con la vita, e di averla vinta. Mi scoppia il cuore di gioia.
Domani compi un anno. Buon primo compleanno, piccola M.
Pioppi
Il piccolo E. è nato un lunedì mattina, e il mondo un po’ è cambiato in meglio. Diventare zia, a differenza del diventare mamma, non ti stravolge il corpo, ma ti inonda comunque di luce.
Una mattina della scorsa settimana sono andata a trovarlo e l’ho tenuto addosso per un’ora o due mentre dormiva, accartocciato, caldo, profumato di buono. Non ho mai sentito così nitidamente l’odore delle mie, di figlie, sarà per la simbiosi e che il loro odore era il mio, e viceversa.
Oggi siamo stati a pranzo da nonno T. e nonna A. ed E. è stato il nostro piccolissimo pulcino. L. ha scartato anche le di lui uova di cioccolato, una da precoce tifoso del Bologna. Ad un certo punto del pomeriggio nonno T. doveva guardare la partita, E. mangiare e dormire, F. – insolitamente – lavorare. Io sono scesa al parco con le bambine e mentre spingevo M. su un passeggino degli anni Ottanta rimediato in garage tra le ragnatele, L. mi camminava a fianco spingendo la bambola Fragola nella sua carrozzina con enormi ruote rosa. Ci muoviamo con sobrietà tra discorsi magici, emozioni altalenanti, altre nuove, ricordi di infanzia (non c’è più il canestro obliquo al quale giocavo con mio fratello, all’ombra di enormi pioppi, in certi pomeriggi caldissimi d’estate), proiezioni immaginarie di futuro. Di immaginifici futuri possibili, colorati, audaci.
Ho incontrato un conoscente che vive ancora lì, eravamo piccoli insieme, adesso ha due bambini poco più grandi delle mie. Mentre andavano sull’altalena facevano le presentazioni. M. intanto scavava nella ghiaia e forse di nascosto ha mangiato un sasso.
Il mio vicino mi è sembrato proprio uguale a come era quindici anni fa. Forse mi sbaglio, ma vestiva esattamente uguale, parlava esattissimamente uguale. Io mi sento così diversa.
Gli enormi pioppi sono ancora lì.
