Ha cominciato L. Con una brutta tosse. Bronchite, febbre, farmaci. Poi si è ammalata M. Intanto è capitolato F. Per qualche giorno è stato chiuso in camera sotto strati di coperte, ogni tanto chiedeva acqua, il termometro, una tachipirina. M. intanto continuava ad essere ammalata, la febbre anziché scendere saliva, non mangiava. Giro in Pronto Soccorso pediatrico con M., influenza e virus respiratorio sinciziale. Insieme, o di poco sfasati. Tornate a casa, sono capitolata io. Nel mentre L. è tornata a scuola per qualche giorno, stava bene, il venerdì sera non voleva dormire, “sono troppo emozionata che domani vado a una festa di compleanno!”, alle tre di notte è arrivata nel lettone “vi ricordate che domani devo andare a una festa?”. E’ tornata dalla festa troppo stanca, alla sera aveva la febbre. Intanto continuava ad avere la febbre anche M, la sua scendeva, quella di L. saliva. F. ha smesso di misurarsela e ha iniziato un antibiotico, provando sempre a lavorare dalla scrivania del soggiorno. Intanto ho fatto anche io un agilissimo tentativo di rientro al lavoro. Le bambine continuavano ad essere ammalate. Filo diretto con la pediatra, proviamo questo e se non funziona proviamo quello e se non funziona Pronto Soccorso. E se ci ricoverano? Abbiamo scansato il Pronto Soccorso visitandole noi, di continuo. Intanto F. è guarito ma non del tutto. Ora anche M. mi sembra sulla buona strada per la guarigione, dimagrita ma, oserei dire, stabilmente apiretica da qualche giorno. E anche L. sta meglio, pare, per fortuna. Ieri abbiamo gioito di questo, poi a pranzo mi sono venuti i brividi. Non volevo toccare il termometro ma alla fine ho ceduto e sì, ho la febbre. Alta. E la tosse e mi fa male tutto. In questo momento no perché ho assunto il mio personale intruglio di ibuprofene e tachipirina. Ma si sa che i medici sono i pazienti peggiori. E ho mangiato una fetta di pane con molto cioccolato sopra e poi mi sono fatta un panino con la Nutella. F. qui di fianco a me tossisce. Un giocattolo non identificato ha scricchiolato sotto il bordo del divano mentre mi sedevo ma non gli ho dato importanza. Ho risposto al messaggio di un’amica che mi ha chiesto “Hei istrice, tutto bene? Perché tutto tace?”. Tutto bene, insomma. Tutto tace perché è tremendamente interessante.
Napoli finalmente
Napoli. Finalmente. Dormire in macchina dopo una gita a Bacoli. Lì il mare era agitato. Vedere persone. Vedere amici. Festeggiare la presenza. Mangiare. Bene, ovunque, sempre. La genovese, la genovese di tonno, i saltimbocca salsiccia e friarielli improvvisati, la parmigiana, il carpaccio di gambero rosso con l’uva sultanina, il tartufo e la menta, il gambero bianco, le sfogliatelle salate, le graffe, gli sciú, i via col vento, la provola impastellata e fritta aspettando la pizza. La pastiera di zia R. I dolci di Sal a Minori. Minori alle cinque e mezza del pomeriggio. La costiera. Ravello. Ravello deserta.
Sentire la mancanza. Aspettare, sorriderle, colmarla. (Provarci). Camminare a Santa Lucia sotto la pioggia. Abbracciarsi soprattutto senza braccia, parlare del più e del meno – e sempre mai abbastanza. Abbracciare i più piccoli, con loro è facile la tenerezza.
A Pizzofalcone una scritta su una saracinesca abbassata, “divieto di sosta nell’aria davanti al passaggio”. Divieto di sosta nell’aria. Che arroganza. Che scemenza.
F. che non riesce a staccare gli occhi dal mare per quanto? Minuti, mezz’ore.
La zia R., vulcanica come sempre, che stasera ha nascosto marmellata di arance nel budino al cioccolato e se ne è andata a dormire. Io ho espresso un desiderio ad alta voce e qualcuno (ho un sospetto) ha raccolto un limone in giardino.
Essere come un albero di mandarini. “Non sarebbe male”. Essere un pino marittimo altissimo e aprire le braccia all’insù.
Macedonia a mezzanotte
-Allora, come è andato il rientro?
E’ andato che mi sono servite due settimane per centrarmi. E non credo di esserci riuscita, ammesso che sia mai possibile riuscirci. Ma mi sento un po’ meno in faticoso equilibrio su una gamba sola. L’altra mi sembra rimasta un passo indietro, al passo precedente. La trascino qui di continuo, per non procedere con andatura sghemba.
Abbiamo ripreso vecchie abitudini e ne abbiamo inventate di nuove.
L. ha iniziato, finalmente, la scuola d’infanzia (il primo giorno eravamo tutti emozionatissimi, il secondo ha esordito a colazione con “Non voglio andare a scuola, ci sono già andata ieri!”, il terzo, cioè oggi, invece ha annunciato “Non ci voglio andare, ci sono già stata nel mio sogno”. Però si è convinta facilmente e sembra che le sia piaciuta, le piacciono soprattutto le unghie della maestra colorate di rosso e giocare ad Anna ed Elsa con una amichetta).
F. ha ripreso il suo lavoro agile e acrobatico dalla scrivania del soggiorno, M. mi segue gattonando in ogni stanza e allunga le manine lallando Mammmmammmammma e già mi si appiccica il cuore di sensi di colpa a pensare di lasciarla per riprendere in mano il mio, di lavoro; ed io, appunto, ho accatastato in un angolo della scrivania una pila di incombenze reali e metaforici ostacoli mentali, e ogni tanto ci butto un occhio, ci penso, ci metto le mani.
Ho visto due mie amiche carissime per un caffè, ero talmente emozionata che nell’andare all’appuntamento mi sono persa, letteralmente.
Non ho fatto una lista di buoni propositi il 31 dicembre, né il primo di gennaio, perché ci credo solo fino a un certo punto e i bilanci, e gli obiettivi, li penso e li stiliamo di continuo.
Mi manca Villa Villacolle.
Ho dimenticato un sacco di password e dovuto riesumare alcuni account, ho perso svariate altre cose ma ho ritrovato un pacchetto di marche da bollo. Che utilissima imprescindibile antichità.
Ho la ferma certezza che si possa vivere benissimo, anzi decisamente meglio, con meno della metà degli oggetti (indumenti, scarpe, giacche, sciarpe) che possediamo. Per non parlare dei giocattoli. Ma non mi azzarderei mai a buttare le cialde del caffè di legno dipinte d’argento. Però questa consapevolezza mi fa sentire bene e leggera.
Stasera ho preparato una macedonia per fare compagnia ad F. che qui accanto a me lavora ancora.
Ho sbucciato con cura meticolosa una mela, affettato con precisione maniacale i kiwi gialli e la banana, schiacciato i gusci delle noci con la porta chiusa per non svegliare nessuno.
F. l’ha assaggiata distrattamente immerso nei suoi grafici, “Ci hai messo mica del formaggio?”
Alla fine l’ho mangiata tutta io.
Mi sento strana e leggera come una a cui, chissà perché, non viene in mente di mettere del formaggio nella macedonia a mezzanotte.
Per chi non è tanto bravo a pregare
A Natale si prega.
Chi non è tanto bravo a pregare
può sempre sperare
e augurare al suo cuore
qualcosa di buono, una guarigione o di
ricordare in futuro quell’istante di luce rosa
al mattino,
ricordarsi di essere vivo,
che non è scontato,
e magari anche in forze
e nutrito
a sufficienza,
se è nutrito a sufficienza,
e che il suo paese non è in guerra,
se il suo paese non è in guerra,
che pure non è scontato.
Può nutrire il silenzio o urlare a squarciagola
per romperlo,
o cantare, una buona via di mezzo.
Può salire in punta di piedi su una montagna
più o meno all’altezza del diaframma,
e da lì guardare giù,
attorno,
stupirsi del panorama
e proteggerlo.
Buon Natale
God Jul
