Motivi per non dormire stanotte: il fatto che F. non c’è, e mi prende anche un po’ in giro se non riesco a dormire quando non è con noi; le paure nascoste sotto il tappeto, nonostante per questo abbia tolto i tappeti; (il riarmo, Gaza, le foto); una rabbia blu; la stanchezza e la grazia; un libro regalato sul comodino e uno appena, finalmente, desideratissimamente comprato; un termometro (di nuovo) sul comodino; i terremoti; il senso di qui e ora; la pienezza del qui e ora; il peso, la leggerezza, la grazia, di nuovo. Il pensiero veloce che devo lavarmi i capelli e non so quando farlo. A quest’ora purtroppo non posso. L’emozione, l’attesa, la speranza e la fiducia. Mi tiro un po’ più su la coperta. In questo matto mondo continuiamo ad amarci talmente tanto da desiderare di far(vi) nascere bambini. È un pensiero che toglie il fiato. E il sonno. E la paura.
Ti stiamo tutti aspettando, piccolo E.
Cadenzare
Puoi cadenzare con i giorni della settimana. Oppure con i mesi. Questo mese ci ha risucchiati dentro un ponteggio. Siamo avvolti da un’impalcatura grigia di più piani, un mantello di nylon bianco che filtra la luce dal mondo fuori attraverso un corridoio di polvere e scale a pioli su cui si arrampicano uomini che parlano – per lo più – lingue straniere. Ogni tanto fuori dalle finestre piovono calcinacci, è l’intonaco scrostato del palazzo. Ho incontrato uno dei muratori al bar sotto casa, non ci siamo salutati. Lo vedo salire e scendere leggerissimo e sempre con una sigaretta in bocca. Quel giorno al bar lui beveva un caffè, io compravo un vassoio di biscotti per la scuola di L., per la sua minifesta di compleanno in sezione. Lei avrebbe scelto, ovviamente, quelli ricoperti di zuccherini rosa. Non erano abbastanza, però. Peccato.
Al mattino le bambine guardano gli uomini al lavoro oltre il vetro della finestra mentre fanno colazione, “Mamma il signore mi ha visto?”, “Credo di sì, ti ha salutata”. Il palloncino colorato a forma di quattro ha rischiato di volare in balcone e da lì di perdersi nel ponteggio.
L. ha compiuto quattro anni e ho scoperto che ai suoi compleanni pari prevale la malinconia. A quelli dispari no, non so perché. Forse nei numeri pari sento – parlo per me – un cerchio che si chiude, un tempo finito da festeggiare per il quale provo già nostalgia. Chissà.
Gli intervalli a scuola sono più brevi di quelli a casa, perché continuiamo un po’ a turno ad ammalarci ed essere malandati. Adesso è F. a necessitare di cure, attenzioni e iniezioni, il collo bloccato in una strana posizione. “Secondo me dovresti smetterla di fare capriole avanti e indietro come quando facevi judo” “Ma hai visto L. come si è divertita?” “Quando facevi judo avevi dieci anni”.
Adesso F. ha i capelli lunghi, e tanti sono fili argentati. Io ne ho, di bianchi, credo più di lui.
In ambulatorio ieri un paziente, 91 anni, mi ha riempito di domande sulla mia vita, sulla fede al dito, sulle mie figlie. “Quanti anni hanno? Ma già due, così giovane?” e poi però, ripensandoci, ha detto piano, in dialetto, alla figlia che lo accompagnava “Tanto giovane poi non dev’essere, questa dottoressa, ha un sacco di capelli bianchi!”. Abbiamo riso, tutti, tanto. Mille volte meglio lui di altri maschi attempati e mediocri, ben due in quattro giorni questa settimana, che hanno cercato di marcare un loro presunto territorio apostrofandomi, giuro, entrambi, con un “Ascolta, ti spiego” (leggi “Ascolta, ti spiego, bambina…”). Uno era un collega e uno un paziente.
Dai, spiegami.
E se sei capace spiegami tutto, che io ammetto di non sapere (quasi) niente.
Soprattutto non so perché certe cose mi commuovano. Per esempio la luce attraverso il ponteggio, o certe domande di L. (“Mamma che sapore ha il cielo?”), o una foto di amici a Stoccolma che festeggiano un compleanno importante (quarant’anni!, il prossimo mio con lo zero, sto pensando per l’occasione di tingermi sì i capelli, e di blu) con una princesstårta.
Per il compleanno di L. non avevamo una princesstårta, ma una torta mimosa stupenda, anzi due, una a forma di quattro e una in più perché siamo golosi, regalo entrambe di nonna A. (e nonno T., che anche per le torte fa calcoli di portata e struttura).
C’era anche un grande mazzo di mimose sul tavolo. In un vaso giallo.
E c’era, subito prima, l’otto marzo.

Tremendamente interessante
Ha cominciato L. Con una brutta tosse. Bronchite, febbre, farmaci. Poi si è ammalata M. Intanto è capitolato F. Per qualche giorno è stato chiuso in camera sotto strati di coperte, ogni tanto chiedeva acqua, il termometro, una tachipirina. M. intanto continuava ad essere ammalata, la febbre anziché scendere saliva, non mangiava. Giro in Pronto Soccorso pediatrico con M., influenza e virus respiratorio sinciziale. Insieme, o di poco sfasati. Tornate a casa, sono capitolata io. Nel mentre L. è tornata a scuola per qualche giorno, stava bene, il venerdì sera non voleva dormire, “sono troppo emozionata che domani vado a una festa di compleanno!”, alle tre di notte è arrivata nel lettone “vi ricordate che domani devo andare a una festa?”. E’ tornata dalla festa troppo stanca, alla sera aveva la febbre. Intanto continuava ad avere la febbre anche M, la sua scendeva, quella di L. saliva. F. ha smesso di misurarsela e ha iniziato un antibiotico, provando sempre a lavorare dalla scrivania del soggiorno. Intanto ho fatto anche io un agilissimo tentativo di rientro al lavoro. Le bambine continuavano ad essere ammalate. Filo diretto con la pediatra, proviamo questo e se non funziona proviamo quello e se non funziona Pronto Soccorso. E se ci ricoverano? Abbiamo scansato il Pronto Soccorso visitandole noi, di continuo. Intanto F. è guarito ma non del tutto. Ora anche M. mi sembra sulla buona strada per la guarigione, dimagrita ma, oserei dire, stabilmente apiretica da qualche giorno. E anche L. sta meglio, pare, per fortuna. Ieri abbiamo gioito di questo, poi a pranzo mi sono venuti i brividi. Non volevo toccare il termometro ma alla fine ho ceduto e sì, ho la febbre. Alta. E la tosse e mi fa male tutto. In questo momento no perché ho assunto il mio personale intruglio di ibuprofene e tachipirina. Ma si sa che i medici sono i pazienti peggiori. E ho mangiato una fetta di pane con molto cioccolato sopra e poi mi sono fatta un panino con la Nutella. F. qui di fianco a me tossisce. Un giocattolo non identificato ha scricchiolato sotto il bordo del divano mentre mi sedevo ma non gli ho dato importanza. Ho risposto al messaggio di un’amica che mi ha chiesto “Hei istrice, tutto bene? Perché tutto tace?”. Tutto bene, insomma. Tutto tace perché è tremendamente interessante.
Napoli finalmente
Napoli. Finalmente. Dormire in macchina dopo una gita a Bacoli. Lì il mare era agitato. Vedere persone. Vedere amici. Festeggiare la presenza. Mangiare. Bene, ovunque, sempre. La genovese, la genovese di tonno, i saltimbocca salsiccia e friarielli improvvisati, la parmigiana, il carpaccio di gambero rosso con l’uva sultanina, il tartufo e la menta, il gambero bianco, le sfogliatelle salate, le graffe, gli sciú, i via col vento, la provola impastellata e fritta aspettando la pizza. La pastiera di zia R. I dolci di Sal a Minori. Minori alle cinque e mezza del pomeriggio. La costiera. Ravello. Ravello deserta.
Sentire la mancanza. Aspettare, sorriderle, colmarla. (Provarci). Camminare a Santa Lucia sotto la pioggia. Abbracciarsi soprattutto senza braccia, parlare del più e del meno – e sempre mai abbastanza. Abbracciare i più piccoli, con loro è facile la tenerezza.
A Pizzofalcone una scritta su una saracinesca abbassata, “divieto di sosta nell’aria davanti al passaggio”. Divieto di sosta nell’aria. Che arroganza. Che scemenza.
F. che non riesce a staccare gli occhi dal mare per quanto? Minuti, mezz’ore.
La zia R., vulcanica come sempre, che stasera ha nascosto marmellata di arance nel budino al cioccolato e se ne è andata a dormire. Io ho espresso un desiderio ad alta voce e qualcuno (ho un sospetto) ha raccolto un limone in giardino.
Essere come un albero di mandarini. “Non sarebbe male”. Essere un pino marittimo altissimo e aprire le braccia all’insù.
