Macedonia a mezzanotte

-Allora, come è andato il rientro?

E’ andato che mi sono servite due settimane per centrarmi. E non credo di esserci riuscita, ammesso che sia mai possibile riuscirci. Ma mi sento un po’ meno in faticoso equilibrio su una gamba sola. L’altra mi sembra rimasta un passo indietro, al passo precedente. La trascino qui di continuo, per non procedere con andatura sghemba.

Abbiamo ripreso vecchie abitudini e ne abbiamo inventate di nuove.

L. ha iniziato, finalmente, la scuola d’infanzia (il primo giorno eravamo tutti emozionatissimi, il secondo ha esordito a colazione con “Non voglio andare a scuola, ci sono già andata ieri!”, il terzo, cioè oggi, invece ha annunciato “Non ci voglio andare, ci sono già stata nel mio sogno”. Però si è convinta facilmente e sembra che le sia piaciuta, le piacciono soprattutto le unghie della maestra colorate di rosso e giocare ad Anna ed Elsa con una amichetta).

F. ha ripreso il suo lavoro agile e acrobatico dalla scrivania del soggiorno, M. mi segue gattonando in ogni stanza e allunga le manine lallando Mammmmammmammma e già mi si appiccica il cuore di sensi di colpa a pensare di lasciarla per riprendere in mano il mio, di lavoro; ed io, appunto, ho accatastato in un angolo della scrivania una pila di incombenze reali e metaforici ostacoli mentali, e ogni tanto ci butto un occhio, ci penso, ci metto le mani.

Ho visto due mie amiche carissime per un caffè, ero talmente emozionata che nell’andare all’appuntamento mi sono persa, letteralmente.

Non ho fatto una lista di buoni propositi il 31 dicembre, né il primo di gennaio, perché ci credo solo fino a un certo punto e i bilanci, e gli obiettivi, li penso e li stiliamo di continuo.

Mi manca Villa Villacolle.

Ho dimenticato un sacco di password e dovuto riesumare alcuni account, ho perso svariate altre cose ma ho ritrovato un pacchetto di marche da bollo. Che utilissima imprescindibile antichità.

Ho la ferma certezza che si possa vivere benissimo, anzi decisamente meglio, con meno della metà degli oggetti (indumenti, scarpe, giacche, sciarpe) che possediamo. Per non parlare dei giocattoli. Ma non mi azzarderei mai a buttare le cialde del caffè di legno dipinte d’argento. Però questa consapevolezza mi fa sentire bene e leggera.

Stasera ho preparato una macedonia per fare compagnia ad F. che qui accanto a me lavora ancora.
Ho sbucciato con cura meticolosa una mela, affettato con precisione maniacale i kiwi gialli e la banana, schiacciato i gusci delle noci con la porta chiusa per non svegliare nessuno.
F. l’ha assaggiata distrattamente immerso nei suoi grafici, “Ci hai messo mica del formaggio?”
Alla fine l’ho mangiata tutta io.
Mi sento strana e leggera come una a cui, chissà perché, non viene in mente di mettere del formaggio nella macedonia a mezzanotte.

Per chi non è tanto bravo a pregare

A Natale si prega.
Chi non è tanto bravo a pregare
può sempre sperare 
e augurare al suo cuore 
qualcosa di buono, una guarigione o di 
ricordare in futuro quell’istante di luce rosa
al mattino,
ricordarsi di essere vivo,
che non è scontato,
e magari anche in forze
e nutrito
a sufficienza,
se è nutrito a sufficienza,
e che il suo paese non è in guerra, 
se il suo paese non è in guerra,
che pure non è scontato.
Può nutrire il silenzio o urlare a squarciagola 
per romperlo,
o cantare, una buona via di mezzo.
Può salire in punta di piedi su una montagna
più o meno all’altezza del diaframma, 
e da lì guardare giù,
attorno,
stupirsi del panorama
e proteggerlo.

Buon Natale
God Jul

Iniziamo rifacendo i letti

Siamo tornati. Siamo a casa. Regna il caos assoluto, non riusciamo a disfare le valigie, i vestiti pesanti andrebbero infilati in cassetti vuoti ma questo significa fare anche il cambio di stagione negli armadi. Di tutti. Contemporaneamente. Tutti contemporaneamente in casa insieme. Appassionatamente.
L. è felicissima di essere tornata nella sua casa e dai suoi giocattoli, per i primi due giorni ha provato a tirarli fuori tutti, uno dopo l’altro, e a giocare con tutti, sempre, insieme, instancabilmente. M. è un po’ disorientata – d’altronde, da quando è nata, ha passato più tempo nella casa di Stoccolma che in questa. Io ieri pomeriggio sono scappata dal parrucchiere. Non molto lontano, è in fondo alla strada. Dopo un’oretta mi sono anche fatta raggiungete da L. perché ne aveva forse più bisogno di me, e quando siamo uscite ha osservato: “Hai visto, anche loro parlavano italiano come noi!”. Abbiamo fatto una passeggiata e siamo andate a sbirciare da fuori la sua scuola d’infanzia, che inizierà a gennaio. “Non vedo l’ora, mamma!”. F. è instancabile pure lui e non fa che programmare cose da fare, schedulando spese, riposini, risvegli, menù di Natale, spedizioni in cantina, e in una di queste si è trattenuto più a lungo del previsto ad aggiustare l’interruttore della luce delle scale, perennemente accesa da quando siamo arrivati e chissà da quanto prima, nel nostro vetusto stabile di soli vecchietti trascuranti e studenti fuorisede. Noi, purtroppo o per fortuna, non rientriamo più, o ancora, in nessuna delle due categorie e questo non fa che aumentare il mio senso di mis-appartenenza.

In un momento di sconforto stamattina, quando l’entropia continuava ad aumentare invece che ridursi, ho sbottato: “Non so nemmeno da che parte cominciare!”
“Iniziamo rifacendo i letti” ha suggerito F.

Ho guardato fuori dalla finestra e nella nebbia ho visto solo un piccione grasso che si riparava dalla pioggia sul davanzale di una finestra di fronte. I marciapiedi sono sporchi, sporchissimi. Arrivati in aeroporto ci eravamo diretti al distributore di carrelli per i bagagli che, a differenza della Svezia, è a pagamento (2 euro a carrello), ma chiaramente out of order. “Welcome back!” abbiamo riso. Poi abbiamo fatto un’ora di fila in tangenziale. Però c’era una luna piena e rossa incredibile. Le risate sono un po’ amare. La qualità dell’aria qui in zona Massarenti lascia parecchio a desiderare, e anche l’inquinamento acustico è interessante. Stasera c’è musica al piano di sopra e al piano di sotto per feste nei due appartamenti erasmus. Ma nel condominio probabilmente la sentiamo solo noi. Quasi quasi mi viene voglia di sgattaiolare fuori per unirmi a una delle due.

“Dici che dovremmo proprio rifarli, i letti? Tra tutte le cose, è la più inutile”
“Ma ti fa subito sentire meglio”.
Itanto L., ringalluzzita dall’aver ritrovato la sua cucina giocattolo, ci ha preparato una tisana grattugiata.
Era squisita.
Per fortuna questa cosa dei letti, in effetti, ha funzionato. O forse è stata la tisana.

Nästa

Vorrei scrivere che in questi ultimi giorni siamo stati a salutare la città, Gamla Stan, i mercatini di Natale, l’acqua, la nostra pasticceria preferita…ma non è vero, siamo stati a casa. M. ha il raffreddore, nevischia spesso e oggi ha davvero nevicato. Speriamo che non nevichi troppo domattina. Oggi F. è stato a comprare una valigia in più perché le nostre non bastavano. Adesso non ci basteranno le braccia per portarle. Lars e sua moglie Eva hanno bussato per salutarci prima che lo facessimo noi, eravamo ancora in pigiama e sconvolti. Abbiamo ascoltato tutto il giorno la colonna sonora di Encanto, qualcuno ballava, qualcuno piangeva, nessuno dormiva, mai. L. ha scarabocchiato il foglio su cui era appuntato il numero di prenotazione del taxi per l’aeroporto. Speriamo. Non ho avuto tempo per pensare a niente. Non so come mi sento. È nato il piccolo A. ed è stata un’emozione bellissima, l’unica decifrabile nel tumulto della giornata. L. stasera, dopo un’ora e quaranta di protocollo nanna precocemente attivato, ha annunciato “No, non posso dormire. Non ce la faccio. Sono troppo eccitata che partiamo”. Abbiamo scherzato sul trenino che ci portava in centro da qui, Möt (destinazione): Stockholm City, Nästa (prossima fermata): Stockholm Odenplan. Mi fa ridere come lo diciamo. Abbiamo la certezza assoluta che se non teniamo gli occhietti chiusi per un po’, domani non ci faranno salire sull’aereo. Quindi chiudo gli occhi.