Iniziamo rifacendo i letti

Siamo tornati. Siamo a casa. Regna il caos assoluto, non riusciamo a disfare le valigie, i vestiti pesanti andrebbero infilati in cassetti vuoti ma questo significa fare anche il cambio di stagione negli armadi. Di tutti. Contemporaneamente. Tutti contemporaneamente in casa insieme. Appassionatamente.
L. è felicissima di essere tornata nella sua casa e dai suoi giocattoli, per i primi due giorni ha provato a tirarli fuori tutti, uno dopo l’altro, e a giocare con tutti, sempre, insieme, instancabilmente. M. è un po’ disorientata – d’altronde, da quando è nata, ha passato più tempo nella casa di Stoccolma che in questa. Io ieri pomeriggio sono scappata dal parrucchiere. Non molto lontano, è in fondo alla strada. Dopo un’oretta mi sono anche fatta raggiungete da L. perché ne aveva forse più bisogno di me, e quando siamo uscite ha osservato: “Hai visto, anche loro parlavano italiano come noi!”. Abbiamo fatto una passeggiata e siamo andate a sbirciare da fuori la sua scuola d’infanzia, che inizierà a gennaio. “Non vedo l’ora, mamma!”. F. è instancabile pure lui e non fa che programmare cose da fare, schedulando spese, riposini, risvegli, menù di Natale, spedizioni in cantina, e in una di queste si è trattenuto più a lungo del previsto ad aggiustare l’interruttore della luce delle scale, perennemente accesa da quando siamo arrivati e chissà da quanto prima, nel nostro vetusto stabile di soli vecchietti trascuranti e studenti fuorisede. Noi, purtroppo o per fortuna, non rientriamo più, o ancora, in nessuna delle due categorie e questo non fa che aumentare il mio senso di mis-appartenenza.

In un momento di sconforto stamattina, quando l’entropia continuava ad aumentare invece che ridursi, ho sbottato: “Non so nemmeno da che parte cominciare!”
“Iniziamo rifacendo i letti” ha suggerito F.

Ho guardato fuori dalla finestra e nella nebbia ho visto solo un piccione grasso che si riparava dalla pioggia sul davanzale di una finestra di fronte. I marciapiedi sono sporchi, sporchissimi. Arrivati in aeroporto ci eravamo diretti al distributore di carrelli per i bagagli che, a differenza della Svezia, è a pagamento (2 euro a carrello), ma chiaramente out of order. “Welcome back!” abbiamo riso. Poi abbiamo fatto un’ora di fila in tangenziale. Però c’era una luna piena e rossa incredibile. Le risate sono un po’ amare. La qualità dell’aria qui in zona Massarenti lascia parecchio a desiderare, e anche l’inquinamento acustico è interessante. Stasera c’è musica al piano di sopra e al piano di sotto per feste nei due appartamenti erasmus. Ma nel condominio probabilmente la sentiamo solo noi. Quasi quasi mi viene voglia di sgattaiolare fuori per unirmi a una delle due.

“Dici che dovremmo proprio rifarli, i letti? Tra tutte le cose, è la più inutile”
“Ma ti fa subito sentire meglio”.
Itanto L., ringalluzzita dall’aver ritrovato la sua cucina giocattolo, ci ha preparato una tisana grattugiata.
Era squisita.
Per fortuna questa cosa dei letti, in effetti, ha funzionato. O forse è stata la tisana.

Nästa

Vorrei scrivere che in questi ultimi giorni siamo stati a salutare la città, Gamla Stan, i mercatini di Natale, l’acqua, la nostra pasticceria preferita…ma non è vero, siamo stati a casa. M. ha il raffreddore, nevischia spesso e oggi ha davvero nevicato. Speriamo che non nevichi troppo domattina. Oggi F. è stato a comprare una valigia in più perché le nostre non bastavano. Adesso non ci basteranno le braccia per portarle. Lars e sua moglie Eva hanno bussato per salutarci prima che lo facessimo noi, eravamo ancora in pigiama e sconvolti. Abbiamo ascoltato tutto il giorno la colonna sonora di Encanto, qualcuno ballava, qualcuno piangeva, nessuno dormiva, mai. L. ha scarabocchiato il foglio su cui era appuntato il numero di prenotazione del taxi per l’aeroporto. Speriamo. Non ho avuto tempo per pensare a niente. Non so come mi sento. È nato il piccolo A. ed è stata un’emozione bellissima, l’unica decifrabile nel tumulto della giornata. L. stasera, dopo un’ora e quaranta di protocollo nanna precocemente attivato, ha annunciato “No, non posso dormire. Non ce la faccio. Sono troppo eccitata che partiamo”. Abbiamo scherzato sul trenino che ci portava in centro da qui, Möt (destinazione): Stockholm City, Nästa (prossima fermata): Stockholm Odenplan. Mi fa ridere come lo diciamo. Abbiamo la certezza assoluta che se non teniamo gli occhietti chiusi per un po’, domani non ci faranno salire sull’aereo. Quindi chiudo gli occhi.

Vintermys

C’è una parola, in svedese, che raccoglie in sé un senso denso di calore e benessere, di intimità felice, dolce, l’equivalente del più famoso hygge danese: è mys, che è un sostantivo ma ha anche un verbo, mysa, e forse si potrebbe tradurre, riducendolo un po’, in “stare bene”, sentirsi bene, a proprio agio, solitamente con altri (specialmente le persone con cui si è legati da un affetto profondo), ma anche da soli, e in un ambiente confortevole. L’ambiente è sempre molto importante per gli svedesi.
Ho studiato un po’ il concetto, che mi affascina da quando sono stata a Copenaghen per la prima e – per ora (ma solo per ora) – unica volta e sono rimasta folgorata dal contrasto bellissimo tra il freddo che fa fuori, in inverno, e il calore che si prova dentro; dentro alle case, ai caffè, a qualunque locale, e che non è dato solo dalla temperatura regolata sul termostato (Lars grazie per averci scaldate, finalmente, anche al mattino), ma anche e soprattutto dalla luce, dalla lentezza dei gesti, dal fatto che c’è sempre, sempre almeno una candela accesa o da accendere su un tavolo, o alle finestre, e dalle coperte sulle poltrone, fuori e dentro, persino sugli sgabelli al bar, dal tono basso della voce. Ho ammirato molto la capacità dei danesi di creare questo calore. E l’ho ritrovata, anche se un po’ diversa, qui.
Ho preso appunti sulle ultime pagine della nostra guida svedese che però, adesso, non posso consultare perché è chiusa in uno scatolone nell’ingresso, un pacco che oggi un corriere avrebbe dovuto ritirare e che invece è ancora qui, e mi guarda dalla porta di casa aggiungendo domande al mio già intricato discorso mentale sulla partenza.
Negli appunti c’erano anche alcune declinazioni del mys; vintermys, per esempio, che è il mys d’inverno e ha una estensione nel “mys della tempesta”, che sostanzialmente significa godere del calore di casa e anche della bellezza e della potenza delle forze della natura che imperversano fuori, nelle giornate più brutte, più buie e più difficili.
Amo follemente la capacità di questo popolo di fare buon viso a cattivo gioco.
Oltre alla loro audacia nell’usare il burro in cucina, e il grigio nell’arredamento.

Insomma negli ultimi tempi mysa è stato il nostro verbo e abbiamo acceso un sacco di candele colorate. Anche grigie come le tende, e bianche, ovviamente. La mia preferita però è verde. Sabato siamo stati alla festa di compleanno del piccolo A. che tra poco compie due anni, e c’era una minuscola e simpaticissima caccia al tesoro in italiano e in svedese. “Mamma guarda!” è un’esclamazione universale (“Titta mamma!”). Alla fine un pacco azzurro pieno di cioccolatini è calato dal soffitto vicino alle scale. “Sicuramente è stato Babbo Natale” mi ha sussurrato L. all’orecchio.

La scorsa notte, mentre sempre ad un orario impensabile F. ed io chiudevamo il pacco da spedire in Italia, ammesso che il corriere venga a prenderlo, lui mi ha chiesto “Sei più felice di tornare, o più triste di ripartire?”.
“Non lo so” ho risposto, ed è vero. “Tu?”
Ci ha pensato un po’ su.
“Sono felice di quello che abbiamo fatto qui”.

Abbiamo fatto tanto.
Ma io ho una lunghissima lista di cose da fare, ancora, e posti da vedere (e parole con significati incerti da indagare); la userò come biglietto per tornare.

Intanto dobbiamo aspettare Babbo Natale. Ero tentata di addobbare l’albero ad agosto, prima di partire, e lasciarlo pronto in lavanderia per tirarlo fuori adesso al nostro rientro. Ovviamente non ho fatto in tempo. Per cui aspetto di farlo tra qualche giorno.
Ci metterò vicino una candela verde, è sicuro.

Strega e principesse

Aggiornamenti dai nostri ultimi giorni qui (-10!). Iniziati svariate volte, ma sempre interrotti da risvegli, pianti e multiple catastrofi irrisorie.

Ha nevicato di nuovo, qualche giorno fa, ma usciamo pochissimo, fa molto freddo e mentre L. si scalda giocando nella neve, M., pur imbacuccata con plurimi strati di lana sotto la sua tuta da orsetto polare, o proprio per i plurimi strati che le impediscono di muoversi, non mi sembra mai sufficientemente vestita per stare ferma a queste temperature. Spesso rinuncio in partenza ed evito il rito estenuante ed infinito della vestizione, per cui sì, oscillo sciattamente tra tuta e pigiama per qualche giorno. Come in lock-down. Ma non per questo ci annoiamo (proprio come in lock-down.)

Lo zio G. è ripartito giovedì scorso e si è dato il cambio con Innamorente, trascinato qui dalla magica E. Si sono incontrati nell’ingresso. Lui è ripartito con valigie giganti, loro sono arrivati con borse minuscole. Ma non abbastanza da non poter contenere due libri per L., e per M., anche se L. ha deciso che sono entrambi suoi. Innamorente ha chiesto subito di Pirimpimpino e gliel’ho presentato, quest’albero grande e grigio nel bel mezzo del giardino, punto di arrivo e partenza, nella neve, di impronte di animali misteriosi.  Abbiamo di nuovo appurato che il suo aspetto depone per un pessimo stato di salute, tutto secco e arido com’è. Per questo lo avevamo soprannominato Pirimpimpino già prima che si spezzasse. E così ho risposto ad una delle domande di Innamorente, almeno ad una. Io invece vorrei sapere chi si arrampica su quei rami la notte, com’è la casa, come siamo noi attraverso le finestre accese, visti da lì.

Lo scorso week-end abbiamo camminato tanto e parlato molto, ma sempre non abbastanza. Soprattutto la sera, mentre le bambine dormivano, e in realtà anche Innamorente. E’ venuto a cena anche il mio amico F. e siamo rimasti svegli fino a tardissimo, sabato, a ricordare amori strani di quando eravamo molto più giovani; le loro pettinature, soprattutto, le loro bizzarrie. Menomale che ce ne siamo accorti in tempo. In tempo per cambiare almeno le nostre, di stranezze.

Io ho tenuto in testa per parecchio tempo un cappello da strega, non mi ricordo quale giorno fosse, uno in cui ho perso varie volte la pazienza e alzato spesso la voce. Mi si addiceva particolarmente. Nonostante la mia antipatia, L. si è comunque vestita da Elsa, vedendomi così abbigliata, “Così facciamo che tu sei la strega ed io la principessa”. Ci deve essere per forza la strega? E che male c’è ad insegnare alle bambine che, anche se non sono creature principesche da viziare, sono però esseri splendidi, tutte, che meritano rispetto e attenzioni…regali? Se tutte, tutte, imparassimo fin da piccole a vederci importanti. A sapere che contiamo. A pretendere, come una principessa antipatica, quando serve. Non sarebbe semplicemente più bello e…più giusto, per tutte?

Pensavo a questo, vestita da strega. Con addosso i pantaloni della tuta.

E invece avrei voluto far scivolare fuori dalla minuscola valigia di E. il suo splendido pigiama, e rubarglielo. Rosa, e morbidissimo. Da vera principessa.

E. in questi giorni non ha mai voluto usare il mio struccante. Ripartirò senza il flacone, ancora intero; anche io mi annoio e non lo tocco. Però devo dire che, a parte questo dettaglio, la tuta, il cappello e il mood da strega, mi sento di star diventando una principessa quasi perfetta. Mi manca solo il pigiama adatto.