Långholmen

Sabato è stata una giornata splendida. C’erano il sole e ventitre, ventiquattro gradi.
Abbiamo un carissimo amico, qui; lui ed io siamo cresciuti praticamente insieme nella periferia di Bologna e adesso ci ritroviamo, quasi per caso, ad abitare a poche centinaia di metri di distanza nella periferia di Stoccolma (questa è più pettinata, come dice lui). E insomma quando siamo arrivati ci ha portato un lettino gonfiabile e ha annunciato: “Prima regola: quando c’è il sole in Svezia si esce!”.
Quindi siamo usciti.

Siamo stati su quest’isolotto verde che è una delle innumerevoli isole che costituiscono la città; è a nord di Hornstull, quartiere che affascina F. perché “sembra di essere a Berlino”, e infatti le scale mobili in metropolitana sono sporche e vere e c’è uno street food festival nel week-end in cui si può mangiare qualunque tipo di pietanza da qualunque parte del mondo, credo; ci andiamo il sabato mattina ad accompagnare L. all’asilo italiano che poi asilo non è, ma è una sorta di ludoteca dove per qualche ora lei può giocare con bambini che parlino la sua stessa lingua, e intanto i genitori, coppie variegatissime dalle più svariate storie e provenienze ma tutte assortite con almeno un italiano, possono fare fika, cioè una pausa caffè, comodamente appolaiati nella sala pittura di questa scuola svedese presa in prestito per l’occasione. E’ stata una scoperta piacevolissima, utile e anche dolce, quella di questa associazione culturale (si chiama Il Ponte, non a caso) che propone varie attività in italiano per svedesi che vogliano cimentarsi, o per gli esuli in cerca della pratica della propria lingua madre per sé o per i propri figli. E’ stato bello, all’inaugurazione, ascoltare nonni e genitori almeno bilingue raccontare un po’ di sè e della propria geografia strampalata. Unica per ciascuno. C’è una mamma svedese, bibliotecaria, formatasi in Italia e sposata con un romano ricercatore di lingua latina all’università – nonostante la di lui professione, hanno più facilmente trovato occupazione a Stoccolma e vivono qui da circa dieci anni (lei si è già offerta di prestarci vari capi per le bimbe e l’inverno, perché la cultura del riuso qui è diffusissima e pratica quotidiana); c’è la coppia mamma ucraina-papà italiano che qui si sono letteralmente reinventati da capo cambiando entrambi lavoro e trasferendosi in un villaggio di trecento abitanti su un fiordo, e disposti ogni sabato a fare più di due ore di viaggio all’andata e due al ritorno per far giocare la loro bimba a strega acchiappa color…in italiano – dopo l’asilo vanno in un bosco a campeggiare “finchè le temperature lo consentono”; ci sono due italiani che fanno ricerca al Karolinska Institutet, si sono conosciuti qui e qui sono rimasti (“perché sei messo nelle condizioni per poter lavorare, e bene”, mantra che sento ripetere da quando siamo arrivati); c’è la famiglia che ha vissuto un po’ in Francia, un po’ in Lapponia e poi si è spostata qui “perché faceva troppo freddo”; e via discorrendo.
Di tutti io sono l’unica che, al momento e a parte questa breve parentesi, vive (ancora) nella stessa città in cui è nata, e questo mi ha fatto molto riflettere.

Insomma sabato scorso, dopo l’asilo, abbiamo attraversato un ponte e siamo capitati in questo giardino vastissimo che è l’isola di Långholmen; c’era una caffetteria in un edificio di legno pitturato di rosso e scricchiolante come casa nostra. Dentro c’erano stufe ricoperte di piastrelle dipinte a mano in ogni stanza e tazze da tè vecchissime, sbeccate e spaiate; fuori sdraio in legno bianco che riflettevano il sole. C’era una spiaggia, ovviamente pubblica e gratuita, a ridosso della pista ciclabile, con docce e bagni puliti e anche un fasciatoio. Una famiglia di folli faceva il bagno. In lontananza è passato un traghetto, tra le barche a vela, e ha sollevato onde potenti. “E’ come essere sull’arcipelago, senza essere nell’arcipelago”, ha commentato il mio amico quando gli ho detto che eravamo lì. Abbiamo diverse mete da esplorare nell’arcipelago, nei prossimi week-end. Intanto, lì, ho mangiato l’ennesima ciambella con semi di papavero cercando di capire se mi piaccia di più di quella alla sola cannella. Era anche il giorno del nostro (quinto) anniversario di matrimonio.
E lì, nella tazza di caffè lungo lunghissimo, con in mano quella ciambella piena di burro e papavero, ho sentito sciogliersi un po’ della stanchezza e dello straniamento di questo periodo. Io ed F. ci siamo guardati e nelle onde generate da quel traghetto ci siamo riconosciuti.

Un pensiero su “Långholmen

  1. Praticamente tutto il post è stato un trailer dell’ultima parte che, di fatto, era quella che aspettavo dall’inizio :D…

    Anche a Bologna, nel nostro piccolo microcosmo, mi sa che sei l’unica ad essere nata e cresciuta e continui a vivere nella stessa città… PER ADESSO!!!

    La mia missione è convincere tutti a espatriare verso il Canada, mò vediamo.

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