Chissà

S. è partita stamattina. Ha lasciato un post-it con la ricetta della pizza in cucina. E un sacco di altre cose sparse per casa. Nessuna è una dimenticanza.

Mi ha lasciato la crema per i ricci, e a L. le lenzuola con gli arcobaleni fluorescenti, di notte. “Così viaggio più leggera”. E’ stata a un passo così dal diventare ostetrica, ma poi ha deciso che da grande vuole fare la ginecologa e ha ricominciato daccapo. E’ rientrata richiamata dal senso del dovere, quella camicia stretta dello studente di medicina che ho riconosciuto nei suoi occhi ogni volta che, si capiva, avrebbe voluto spiccare un volo, ma si sentiva le ali tarpate.

L., stamattina, era triste. Ci siamo distratte uscendo a fare una passeggiata, poi mi ha aiutata a fare le pulizie e a togliere la polvere dalle scale. Ci facciamo un’idea delle persone che non corrisponde quasi mai alla realtà, per quanto bene possiamo conoscerle. E questo vale anche e forse soprattutto per i nostri figli. Li “etichettiamo” già da bambini, come “tranquilli” o “vivaci” o “irrequieti” o “dormiglioni” o “mangioni” o “sensibili” o “testardi” e via discorrendo, e dentro a qualche forma di schema li dobbiamo infilare per forza, per relazionarci con l’idea che abbiamo di loro. Ma sbagliamo, e li e ci condanniamo all’incomprensione. Faremmo loro un gran regalo, ma lo faremmo anche a noi stessi come genitori e come adulti, se lasciassimo perdere le etichette e, con esse, l’idea di persone cristallizzate, per sempre o sempre o quasi sempre uguali a sé stesse. Fedeli a se stesse, è come auguro alle mie bambine di crescere. Non sempre uguali ad un’idea che possano, anche loro per prime, essersi fatte di sè. Fedeli.

Anzi, che abbraccino qualunque tipo di cambiamento o trasformazione la fedeltà comporti.

Come l’acqua che scorre, come piccole gocce d’acqua vivaci.

La tristezza si spolvera via. L, oggi pomeriggio, è stata anche allegra, e spensierata e arrogante e assorta e taciturna e affamata e melodrammatica e in ascolto e stanca e incontenibile e incontentabile e dolcissima e maleducata e attenta e premurosa.

La camicia di S. diventerà un camice. Una trasformazione potentissima.

E poi, chissà…

3 pensieri su “Chissà

  1. Un’idea delle persone che non corrisponde mai alla realtà mh?…

    Ho “raggiunto” questa consapevolezza diversi anni fa, se penso al numero di anni preciso mi viene lo sconforto, o forse è più corretto dire che mi aumenta perché ho sempre sofferto poco il fatto che il tempo passa, comunque… Il discorso non fa una piega, funziona in maniera bilaterale (quindi è anche una costante autoanalisi che va fatta per non “categorizzarci”) ed è un ottimo antidoto alle prese a male, un po’ come dire “ah piove durante il mio matrimonio, vabbè matrimonio bagnato matrimonio fortunato”, quelle frasi che mi sono sempre state sulle scatole, rifugio dalle sfortune e delusioni della vita, praticamente come la religione.

    Ma non continuo oltre se no finisco a fare discorsi da sfasciare e ricomporre tipo puzzle alla P. B. maniera.

    Possiamo tranquillamente essere, e lo siamo, una vasta gamma di cangianti sfumature caleidoscopiche che domani saranno diverse da quelle di oggi e sarà così per sempre, tuttavia è bene essere costantemente consci del fatto che, nella socialità e nel confronto con altri caleidoscopi, potremmo non armonizzare in tutte le circostanze (giusto anche così) ma il capire le ragioni, da un lato o dall’altro o da entrambi, aiuta a mantenere attivo il meccanismo di rotazione del caleidoscopio stesso, evitando di cristallizzare sulle sfumature che piacciono solo agli altri, e addio.

    Che poi è in parte il motivo per cui campo meglio da solo.

    Sono tornato a fare P. B. quindi niente, mi limiterò a dire che ho scoperto che caspita vuol dire “alla pari” qualche sera fa durante una cena, vi si pensa spesso e spero vi fischino le orecchie.

    Ho ancora delle robe da dire ma girano troppo velocemente in testa e non riesco a metterle in ordine, ciao a presto.

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