Balla balla ballerino

Ieri pomeriggio abbiamo ascoltato Lucio. Dalla. Ovviamente. “Mamma mi metti Attenti al lupo?”. Alla canzone successiva ha azzardato un “Mmmm non mi piace. Cambiamo”. (Senza punto interrogativo). “Non ti permettere mai più di dire una cosa del genere. E’ Lucio. Ascolta”. Cara. Credo di aver anche pianto una lacrima di nostalgia, per la me stessa più giovane che lo ascoltava appassionatamente, che ha scoperto della sua morte da una passante turbata all’angolo di strada, in via d’Azeglio, come in un paese.

Comunque. Oggi, finalmente, è arrivata. “Pensavi di potertene andare dalla Svezia in dicembre, senza aver mai visto la neve?”. No chiaramente. Solo che continuo a non avere le scarpe adatte (faccio acquisti solo per altri, a quanto pare destino condiviso universalmente dalle madri di figli piccoli).

Ha nevischiato tutto il giorno. Questa sera nevica e il giardino è, di nuovo, irriconoscibile. Muta impercettibilmente ogni giorno e all’improvviso il muro di siepi verdi di fronte alla finestra della cucina è diventato un intreccio di rami scuri, nudi, fragili.

Il mio sangue abruzzese sa che due centimetri di neve a terra non sono niente. Ma cresceranno, e hanno comunque un certo fascino. Come il rumore delle ruote chiodate delle auto in centro città. Lars era passato, due giorni fa, a togliere il tavolo e le panchine dal giardino. Stamattina i vicini spargevano sale sulle terrazze.

Nel frattempo io perdevo una pazienza che incredibilmente non vacillava da giorni al rumore di una porta sbattuta durante un ennesimo, e chiaramente fallito, tentativo di addormentamento (sempre altrui). Ho chiamato F. redarguendolo sulla limitatezza della mia santitudine. Domani lavorerà da casa, anche perché c’è un Olaf da fare.

Stasera, dopo la nostra cena prestissimo e circense per svariati cambi posto e d’abito e di pannolino, io con ancora addosso i pantaloni del pigiama che oggi non sono riuscita a togliermi, cercando conforto in F. ho chiuso per un istante la porta della cucina, “Ma non abbiamo superalcolici in casa?”. “Sei scema?”, risposta.

Un’ora dopo ci siamo seduti per un po’ sul divano, al buio. In silenzio.
“Sai, oggi ho provato tenerezza. Per un collega.” mi ha detto F. “E’ un tizio indiano, è arrivato da qualche giorno e non aveva mai visto la neve. Era eccitatissimo”.

Ho provato tenerezza.

Che espressione bellissima. Non la sentivo da tempo. Almeno, non rivolta ad un adulto.

E’ preziosa.
La tenerezza in sé, ma anche la capacità di dirla. Di riconoscerla. Di riconoscerci lì dentro.
Come la commozione.

Ce ne stavamo lì seduti sul divano e dalle finestre si vedeva nevicare solo sotto la luce fredda dei lampioni.

Ecco il mistero
Sotto un cielo di ferro e di gesso
L’uomo riesce a amare lo stesso
E ama davvero, senza nessuna certezza
Che commozione, che tenerezza

Un pensiero su “Balla balla ballerino

  1. Eccoci.

    Questo è il post che mi ha scosso e fermato e strappato via alla quotidianità, ai problemi da risolvere e risolvere, le discussioni e il loop lavorativo, mi ha scosso e fermato e mi ha detto: “compà, ci sono dei commenti da scrivere, scappa dalla realtà e scopri -insomma che cos’è l’amore, dov’è che si prende, dov’è che si dà-“. Insomma il trigger è Lucio Dalla.

    (ci sono volute 16/17 ore perché facesse effetto, perché la notifica l’ho vista subito, ma c’è riuscito)

    E ti spiego lesto perché.

    Cara L. devi sapere che, almeno relativamente all’album “Cambio” del 1990, la canzone SUBITO SUCCESSIVA a “Attenti al lupo”, quindi la seconda nella tracklist, si chiama “2009 (le cicale e le stelle)”… ora io sono più o meno certo che nella playlist che stavate ascoltando fosse un’altra, la canzone subito dopo “Attenti al lupo”, quindi sei salva, ma se fosse stata proprio “2009 (le cicale e le stelle)” ce la saremmo guastata Q U A S I irrimediabilmente con la tua simpatica richiesta di SALTARLA, ma ti avrei perdonato, ecco il perché del “quasi”.

    [Tra l’altro tua madre a come leggo è stata ferma nel dirti “Non ti permettere più” e conoscendo G., esatto G., è una cosa che non ti aspetteresti, relativamente al microcontesto, che poi non è la prima volta che s’è spazientita nello spaccato descritto nel post, sta esaurendo!]

    Ti perdono perché l’effetto che mi fa questa canzone è una cosa solo mia, anche provando a descriverlo non arriverebbe mai a destinazione, ha il sapore del passato (e non quello di verdure), di quando con i miei genitori viaggiavamo in auto fuori regione, e i cd erano sempre quelli: il greatest di Zucchero del ’96, “Cambio”, un album di Ramazzotti che credo fosse “Dove c’è musica”, più altri che adesso non mi sovvengono, ma quello che colpiva duro era “Cambio”, e “2009 (le cicale e le stelle)” colpiva più delle altre tracce.

    Non facevo troppo caso alle parole, io mi concentravo sulla velocità, sul cambio di ritmo ad un certo punto della canzone, e sulle pupille che rimpicciolivano e diventavano più grandi a intermittenza per via delle luci nelle gallerie, e io ero steso sul sedile posteriore a guardare in alto fuori dal finestrino, e la luce e il buio a intermittenza me li beccavo tutti, quelle luci erano l’unico indicatore che avevo per percepire il movimento dell’auto, e scorrevano veloci a intermittenza come scorreva veloce a intermittenza la canzone.

    Quando ascolto la canzone sono in auto steso sul sedile posteriore, anche quando semplicemente ci penso, e anche quando penso a Lucio Dalla.

    E steso sul sedile posteriore non mi curo di porte che sbattono, di problemi vari, del lavoro e delle discussioni, mi curo delle luci che scorrono e che mi danno l’informazione “ti stai muovendo”.

    I commenti ai precedenti post erano praticamente un trailer per questo, dove parlo un po’ di me e poco del post, ma è solo un’impressione, leggi attentamente 😉

    Ciao saluti, ohi L. stai attenta alle canzoni che skippi e ascolta questa:

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