È stata una parentesi brevissima, ma ho avuto paura di perdermi e allora ho fatto una cosa che so fare, stare ancorata ad alcune certezze smantellando tutto il resto. A un certo punto un’amica mi è venuta a stanare, letteralmente, fiutandone la necessità. Mi ha regalato un libro ed una t-shirt che è una perfetta divisa.
In questi due mesi sono partita e stata a lungo a Empire Falls, nel Maine, con alcune puntate a Martha’s Vineyard, luminose. Sono stata un po’ in Giappone, ma è un viaggio che credo di dover ricominciare daccapo. Sono tornata nel Maine perché ne sentivo il richiamo. Sono stata in una casa sul lago e ho avuto irrefrenabile la tentazione di abbracciare Killiok (come sarà la mia casa se costruiró la veranda? Forse la costruiró. Forse no. In fondo va bene anche così com’è. È bella. Con la veranda, però, sarà ancora più bella). Ho pianto, ho riso di leggerezza, giusta o sbagliata che sia – che fosse in quel momento – l’ho provata. Ho sentito dolore. Anche fisico. Sono scesa, o meglio tornata, nelle poesie di Franco Arminio, che è la terra nostra, nostra come esseri umani.
Continuo ad aver paura di perdermi, a volte, come tutti del resto se percorriamo, per scelta o per caso, strade nuove.
Quante cose in questi due mesi. Non mi basta il fiato se provo ad immergermici per raccontarle. Siamo stati a Stoccolma ed è stato magico, e difficile, e bellissimo. Trosa un week end lungo con F che è tornato da Amsterdam e altri amici nuovi che sento di conoscere da prima, tutto un sabato sdraiati al sole in giardino a stordire i vicini con la nostra chiassosa musica italiana, la voce della Vanoni calda come brace sotto i piedi, a piedi nudi come i bambini che scorazzavano indisturbati e sicuri nel parco. Vaxholm stregante, un’insalata al sole su una terrazza al porto, birra buonissima, gabbiani. Case da fiaba. Silenzio. Bambini eleganti nei parchi in città, bambini sporchi per la libertà di scavare e arrampicarsi scalzi. Non siamo tornati a villa Villacolle perché avevo paura che mi facesse male il cuore, Pirimpimpino l’ho solo pensato passando nelle strade vicine. Ho continuato a sbirciare ogni tanto le vite dei vicini dalle finestre, a immaginarle dietro le lampade quasi sempre accese, le tende perennemente aperte. Il treno dall’aeroporto in città, il taxi dalla città all’aeroporto perché ero troppo stanca. Anche questa volta non ho visto nemmeno la metà delle cose che avrei voluto vedere. Tornerò.
Mentre eravamo a Stoccolma una sera ho pianto, confidando a F di avere paura della mia paura di perdermi.
Tornati a casa, ho vacillato un po’.
Mi sono sentita al sicuro quando, un sabato pomeriggio, F ha preso le chiavi della macchina e ha detto: “Adesso andiamo al vivaio a cercare un limone per la mamma”.
Quindi adesso sono tornata, dal Maine da Tokyo dalla casa sul lago da Trosa, e ho, desiderio piccolo giallo che nutro da anni finalmente avverato, un piccolo, acerbo e salvifico albero di limoni.
