L’Istriceblu è morta e sepolta sotto un cumulo di foglie e stanchezza. Ho risposto così perché me l’hanno chiesto. Ho i capelli sempre raccolti all’insù e sempre arruffati nonostante il nuovo siero per ricci definiti all’avocado – anche questo biologico, in flacone in plastica da economia circolare. Mi passerà il momento dei capelli all’insù e li rimetterò giù. Marzo è passato. Quasi, domani è uno dei suoi giorni più preziosi perché il piccolo E. compie un anno e non me ne capacito, di come sia corso su e giù questo suo primo anno di conquiste. Marzo emozionante e ballerino. Come i gradi rilevati dal termostato. Marzo si è portato via una persona cara che ho conservato sempre nella mente e nello sguardo con l’immagine che me ne restituivano da bambina. Ha nevicato. Ha fatto freddo, gelo e anche paura. C’è stato il cambio dell’ora e anche prima, per un po’, talvolta sembrava primavera, alle cinque del pomeriggio, per strada, agli incroci. L ha compiuto cinque anni e mi interroga con la sua sola presenza sulle fondamenta e sul primitivo di tutto, dei miei limiti, e del potenziale (- Mamma ma tu, anche quando sei arrabbiata con me, mi vuoi bene lo stesso?-). Mi alzo a notte inoltrata a bere stick di gastroprotettore alla menta. Coltivo una gratitudine calda quando mi fermo. – Ti sei accorto anche tu che meno usi il telefono durante il giorno, e più sei felice? -. Mi fermo spesso, allora, per un po’.
Autore: IstriceBlu
Buon week-end
Zuppa di cereali e legumi, porri e zucchine, latte, un costosissimo cioccolato fondente al sale, vongole e lupini e sogliole al banco del pesce fresco sempresialodato, finocchi, pane, broccoli, uova. La mia prima crema contorno occhi “per pelli mature”. Al melograno. Biologico. Fa già ridere, o piangere, dipende. Dal parcheggio seminterrato del supermercato sono risalita al suono costante della spia luminosa “Controllo pressione pneumatici”, accesa da quasi due settimane, che ho imprudentemente ignorato finora. Ho deciso di cercare un gommista, distava 400 metri da lì ma sono riuscita a perdermi comunque. Ho cambiato gommista. E’ stato gentile e veloce, lo aiutava un ragazzo giovanissimo ed esilissimo nella sua tuta da lavoro blu. Quanto crescerà quel corpo dentro quella tuta. Quanto velocemente e come cambierà. Sparirà l’acne, lascerà cicatrici. Sicuramente non ci mette nessuna crema al melograno biologico, e va bene così.
A casa ho lasciato le buste della spesa sul pavimento per dieci minuti, le guardavo mentre montavo il latte con la tecnica che mi ha insegnato la magica S. a Stoccolma. Quando studiava, girava per casa con addosso una coperta e in mano una tazza di latte d’avena fumante, tutta schiuma e pochissimo caffè. A me viene sempre poca schiuma, compenso il gusto col caffè. Chissà come sta S, che ha cambiato città per specializzarsi inseguendo il suo sogno dopo averlo trovato. L me lo chiede quasi tutti i giorni, inseparabile a colazione dalla tovaglietta con gli gnomi che le ha regalato lei. Ho preso in mano il telefono, ho tentennato sullo scriverle. Ho risposto a qualche messaggio e innaffiato una piccola stella di Natale che miracolosamente sopravvive. Quale miracolo amare una pianta, piccola, muta, nel caos del mondo.
Finalmente il sole. Mi vesto per andare in ambulatorio. Rido perché il mio tempo si dilata a suo piacimento, e mai al mio. “Ciao allora, buon week-end”, ho detto ieri uscendo, salutando un collega. Era martedì. Già, solo, banalmente, martedì. Quale luce, un martedì, un mercoledì mattina.
Pacienza
Chiedevo un po’ di spazio per me ed è arrivato a notte inoltrata. Pacienza. In napoletano, “che mette un po’ di pace dentro la parola pazienza”. Mettere un po’ di pace.
La domenica l’abbiamo trascorsa in casa, strascichi di una tosse di stagione. Il tempo freddo e grigio ha aiutato. Non ho un vocabolario di islandese ma un atlante leggendario delle strade di quell’isola straordinaria. In islandese “gluggavedur” è un tempo (metereologico) in cui è scomodo stare se ti trovi all’aperto, ma che è bello vivere dalla finestra, guardandolo al riparo, al caldo, da dentro. Una forte nevicata, ad esempio. Il grigio gelido e piovoso della pianura padana, forse. Esiste anche un termine svedese per indicare il fascino di una tormenta vissuta dal tepore di un ambiente in cui ci sentiamo caldi e al sicuro. L’ho dimenticato.
Comunque, ieri sperimentavo questo sentimento, e intanto facevo errori. Alzavo la voce con le mie figlie, perdevo la pazienza in infinite contrattazioni sciocche (per vestirsi, per svestirsi, per mettere il pannolino, per scegliere un cartone animato e per spegnerlo, per sedersi a tavola, per provare a stare seduti, e per provare a restare seduta io, per riordinare i giochi e per riuscire a cucinare con due mani anziché con una e comunque impegnarsi e comunque mangiare da sola dei terribili hamburger di ceci e senape che sono stati snobbati da tutti); mandavo tutti al diavolo, e al contempo non potevo essere più felice di averli, in pigiama e a casa (contrattazione per vestirsi persa con M, forse vinta con L al compromesso di un travestimento), senza turni di F né miei. Ero al caldo e al sicuro in una fredda domenica di gennaio.
(Tra gli errori mangiavo persino le peschine all’alchermes, che mi fanno impazzire pur essendo in cima alla lista dei piaceri vietati alla mia generazione, zuccheri semplici e cibi ultraprocessati! e le mangiavo a letto, per di più, sbriciolando frolla fucsia sul pigiama che nemmeno io ho tolto, con montessoriana coerenza educativa)
Poi, nel mio tempo per me, ho ripreso a leggere notizie e cose agghiaccianti da oltre oceano.
Era come se ogni tanto le mie labbra mormorassero: Sono al caldo e al sicuro in una fredda domenica di gennaio, io – sottovoce, e cercassero altro appiglio senza trovarlo.
(Forse servono parole nuove per questo tipo di brivido lungo la schiena, un vocabolario che non ho).
(“Non mi avete dato il Nobel per la pace, non mi sento più in dovere di pensare solo alla pace”).
E sinceramente chissenefrega degli zuccheri semplici.
Ho cercato, come sempre, di placare l’ansia in una candela accesa, ma mentirei se dicessi di esserci riuscita.
Necessario
I primi giorni di gennaio vanno attraversati con passo leggero
Proteggi quello che è rimasto sotto le foglie secche
Vorrei non aver spento l’entusiasmo di L dopo una giornata di scuola
– Come mai hai la giacca tutta bagnata qui?
(Una piccola pozza d’acqua sotto il suo giaccone appeso nel solito corridoio) -Forse perché ho messo un po’ di ghiaccio in tasca (quasi con timore) – E perché hai messo il ghiaccio in tasca? (Due grandi pezzi gocciolanti) – Perché volevo portarlo a casa! Era bellissimo!
(Quindi cosa bisogna fare, oltre a sorridere e strizzarsi il cuore? Probabilmente strizzare la tasca e aspettare, portare a casa il ghiaccio e metterlo in un piatto per un esperimento. Non l’ho fatto, non ci ho nemmeno pensato. Lo abbiamo lasciato in giardino, “ma è acqua, si scioglie!”. Smorzare sul nascere la poesia).
Il terrazzo delle fate ignoranti sabato brillava nel sole. Era caldo come a casa, era casa. Abbiamo portato i bimbi anche un po’ ammalati, perché in famiglia si fa così. Gli sguardi a volte scivolano addosso senza vedere, a volte vedono troppo, a volte svestono o immaginano, a volte guariscono. C’era un unicorno in bagno, discreto ma che ti guardava fare pipí. (Le dita dei guanti bagnati si sono bruciate sulla stufa. I bambini hanno potuto mangiare neve e bere coca-cola).
Quella luce sul terrazzo sabato pomeriggio.
Le giornate sono sempre un po’ più lunghe.
Sotto il ghiaccio e le foglie verranno germogli
L’insolito é toccante, necessario.
