Pacienza

Chiedevo un po’ di spazio per me ed è arrivato a notte inoltrata. Pacienza. In napoletano, “che mette un po’ di pace dentro la parola pazienza”. Mettere un po’ di pace. 

La domenica l’abbiamo trascorsa in casa, strascichi di una tosse di stagione. Il tempo freddo e grigio ha aiutato. Non ho un vocabolario di islandese ma un atlante leggendario delle strade di quell’isola straordinaria. In islandese “gluggavedur” è un tempo (metereologico) in cui è scomodo stare se ti trovi all’aperto, ma che è bello vivere dalla finestra, guardandolo al riparo, al caldo, da dentro. Una forte nevicata, ad esempio. Il grigio gelido e piovoso della pianura padana, forse. Esiste anche un termine svedese per indicare il fascino di una tormenta vissuta dal tepore di un ambiente in cui ci sentiamo caldi e al sicuro. L’ho dimenticato. 

Comunque, ieri sperimentavo questo sentimento, e intanto facevo errori. Alzavo la voce con le mie figlie, perdevo la pazienza in infinite contrattazioni sciocche (per vestirsi, per svestirsi, per mettere il pannolino, per scegliere un cartone animato e per spegnerlo, per sedersi a tavola, per provare a stare seduti, e per provare a restare seduta io, per riordinare i giochi e per riuscire a cucinare con due mani anziché con una e comunque impegnarsi e comunque mangiare da sola dei terribili hamburger di ceci e senape che sono stati snobbati da tutti); mandavo tutti al diavolo, e al contempo non potevo essere più felice di averli, in pigiama e a casa (contrattazione per vestirsi persa con M, forse vinta con L al compromesso di un travestimento), senza turni di F né miei. Ero al caldo e al sicuro in una fredda domenica di gennaio.

(Tra gli errori mangiavo persino le peschine all’alchermes, che mi fanno impazzire pur essendo in cima alla lista dei piaceri vietati alla mia generazione, zuccheri semplici e cibi ultraprocessati! e le mangiavo a letto, per di più, sbriciolando frolla fucsia sul pigiama che nemmeno io ho tolto, con montessoriana coerenza educativa)

Poi, nel mio tempo per me, ho ripreso a leggere notizie e cose agghiaccianti da oltre oceano. 
Era come se ogni tanto le mie labbra mormorassero: Sono al caldo e al sicuro in una fredda domenica di gennaio, io – sottovoce, e cercassero altro appiglio senza trovarlo.

(Forse servono parole nuove per questo tipo di brivido lungo la schiena, un vocabolario che non ho).

(“Non mi avete dato il Nobel per la pace, non mi sento più in dovere di pensare solo alla pace”).

E sinceramente chissenefrega degli zuccheri semplici.
Ho cercato, come sempre, di placare l’ansia in una candela accesa, ma mentirei se dicessi di esserci riuscita.

Necessario

I primi giorni di gennaio vanno attraversati con passo leggero
Proteggi quello che è rimasto sotto le foglie secche

Vorrei non aver spento l’entusiasmo di L dopo una giornata di scuola

– Come mai hai la giacca tutta bagnata qui?
(Una piccola pozza d’acqua sotto il suo giaccone appeso nel solito corridoio) -Forse perché ho messo un po’ di ghiaccio in tasca (quasi con timore) – E perché hai messo il ghiaccio in tasca? (Due grandi pezzi gocciolanti) – Perché volevo portarlo a casa! Era bellissimo!

(Quindi cosa bisogna fare, oltre a sorridere e strizzarsi il cuore? Probabilmente strizzare la tasca e aspettare, portare a casa il ghiaccio e metterlo in un piatto per un esperimento. Non l’ho fatto, non ci ho nemmeno pensato. Lo abbiamo lasciato in giardino, “ma è acqua, si scioglie!”. Smorzare sul nascere la poesia).

Il terrazzo delle fate ignoranti sabato brillava nel sole. Era caldo come a casa, era casa. Abbiamo portato i bimbi anche un po’ ammalati, perché in famiglia si fa così. Gli sguardi a volte scivolano addosso senza vedere, a volte vedono troppo, a volte svestono o immaginano, a volte guariscono. C’era un unicorno in bagno, discreto ma che ti guardava fare pipí. (Le dita dei guanti bagnati si sono bruciate sulla stufa. I bambini hanno potuto mangiare neve e bere coca-cola).

Quella luce sul terrazzo sabato pomeriggio.
Le giornate sono sempre un po’ più lunghe.
Sotto il ghiaccio e le foglie verranno germogli
L’insolito é toccante, necessario.

brillantini

Ho creato un nuovo rituale. Ho fatto una doccia mentre nessuno mi cercava. M dormiva, L era da zia R, o da zia A, non mi ricordo. Non l’ho tracciata ogni secondo. Non ho visto i fuochi d’artificio, M mi si era appena addormentata addosso. I fuochi mi piacciono e non mi piacciono. Di quante cose si può dire? Scegliere di indagare il sapore. Lo shampoo all’argilla. I molluschi. L’aria freddissima. Le vacanze lunghe. Il corpo. Scegliere di scegliere tutto, se si può. Scegliere di convertire la fatica in privilegio, se lo è. Se non lo è, scegliere la verità. Riflettere su quanto, soprattutto. Quanto amore, quanto peso addosso, quanta leggerezza possiamo sopportare. Quante volte al giorno si può usare la parola glitter?  Quanti brillantini possiamo metterci per ogni occasione?
Suppongo, tanti quanti ci pare.
Brillare nell’impegno.
Brillare da lontano. Per qualcuno. Per se stesse. Brillare come buon proposito o perché ci viene naturale.
Buon 2026.

Buon divertimento nella magia

Come va con questo (mese di) dicembre? Come state, come stiamo, tutti? A dicembre il cielo è grigio ma non sempre, e trafficato: elfi, renne, babbi, letterine, pensieri, desideri, nostalgie. Mancanze. A dicembre i pazienti con disturbi psichiatrici stanno un po’ peggio e non mi è chiaro se chiedano anche più aiuto, le due cose non sempre vanno di pari passo, purtroppo. Verso Natale purtroppo é un avverbio comune e i luoghi comuni sono parecchio affollati. Mi sono proposta un buon proposito, l’ho accettato e lo sto mantenendo: usare di meno il telefono, dimenticarlo nella borsa per ore, la sera, quando rientro a casa. È una pratica salvifica, sostenibile -entro certe deroghe-, balsamica e liberatoria. Mi sono accorta di essere felice quando lo scordo per un po’. Quindi scrollo comunque ma con più moderazione. E ogni giorno avrei una scheggia di vetro da smussare, un racconto da fare: ad esempio i genitori assiderati al mercatino della scuola, a vendersi reciprocamente caffè al mattino nell’azzurro fumoso delle otto; ad esempio un pino storto audace; l’emozione in Santa Lucia; l’ennesima influenza; la violenza di una parola e del silenzio che la segue. Ma poi mi chiedo: è necessario raccontare tutto, sempre? Tutto sempre subito? A chi interessa, e perché? E perché raccontarlo… Per scalfire, forse, un tempo subito prima di dimenticarselo. Allora posso raccontarlo, ma senza fretta. Mi sono tirata fuori dalla presenza assidua in tante cose, nel tempo, invecchiando un po’ saggiamente, spero. Come dice una mamma nella chat di classe, “sono uscita da tempo dal tunnel della maternità performante”. E sempre più abbraccio l’idea che sia necessario ridefinire continuamente cosa intendiamo per “essere performanti”; se vogliamo davvero esserlo, se proprio dobbiamo, e in cosa. E come. Che sia almeno in un modo che ci rispecchi e che, nel farlo, ci divertiamo…E ce ne stupiamo, anche. Buono stupore, a tutti, buon divertimento nella magia, ognuno in quella che vuole. Buon Natale.