“Dovresti scrivere più spesso, vogliamo aggiornamenti!”
Ma l’ordinario può essere molto poco entusiasmante.
L. è stata ammalata nel week-end e chiaramente domenica c’era un sole meraviglioso, e anche ieri, che però abbiamo trascorso in casa per convalescenza rapida (troppo rapida?). Oggi siamo uscite di nuovo e pioveva. Abbiamo visto Frozen quattrocentomila milioni di volte e ci è venuta anche la Frozen Fever. Effettivamente è un bel film. Anche “Frosen due”. Chissà che budget avevano. Poi col tema montagne del nord, fiordi, renne ultimamente andiamo a nozze. E anche col tema sorelline. Perfetto. Poi c’è Olaf, sempre sia lodato, non vedo l’ora che nevichi per fare Olaf. Già tutto pronto per il pupazzo di neve ma ho ancora solo le scarpe estive.
Ieri sera a Stoccolma si è vista l’aurora boreale, ma io non lo sapevo e l’ho scoperto oggi. Abbiamo buttato la nostra collezione di ghiande dalla finestra e ogni tanto andiamo a controllare se lo scoiattolo che abita in giardino sia venuto a mangiarne qualcuna. Io sono convintissima di sì ma L. dice che sono ancora tutte lì. Faccio colazione ad orari improponibili ascoltando voci amiche in messaggi vocali arretrati da giorni, e mentre bevo il caffè con la compagnia dolcissima di M. lo scoiattolo viene sempre a salutarci. Effettivamente non ha mai una ghianda con sè.
Domani, cioè oggi, è il compleanno di mio padre ed è un compleanno specialissimo. Noi lo festeggeremo in differita. Guardiamo voli di ritorno senza andata e progettiamo fughe improponibili quasi quanto gli orari delle mie colazioni. Però Tallin dev’essere una bellissima città. Prima o poi dovrò anche ricominciare a lavorare. Scorro maps e nel mar Baltico mi sorprendo a pensare ad Olaf che domanda: “Non ti turba mai il pensiero che niente è permanente?”. Poi M. si rotola sul tappeto del salotto con un sorriso senza denti che mi apre, dissolve la mia dissociazione temporale e prova a gattonare. Ed io sono felice come Olaf sotto la sua piccola nevicata personale.
Autore: IstriceBlu
Quella passeggiata mi ha un po’ aggiustata
Negli scorsi giorni ho ricevuto alcune brutte notizie che toccano da vicino persone cui voglio molto bene. Mi si sono piantate delle spine nel cuore.
Qui è arrivato l’autunno, il vento è freddo e passiamo parecchio tempo in casa.
Domenica, però, siamo stati a Uppsala, attirati calamiticamente dal sole e da un treno, come sempre. Sotto alla cattedrale abbiamo scoperto un parco che sembra un bosco e, nel bosco, un’area giochi specialissima in cui L. si è persa per ore, ed F. con lei. Nel frattempo, M. ed io abbiamo passeggiato a lungo e abbiamo scoperto, in fondo ad un sentiero, un teatro inatteso, a conferma della mia teoria per cui tutte le strade più belle portano a un teatro; tutto attorno si sviluppano gli edifici dell’università, e abbiamo costeggiato il campus e la biblioteca, tra la facoltà di teologia e quella di filosofia, per arrivare al vecchio cimitero.
Volevo entrare lì richiamata dal silenzio e dai colori di quell’enorme giardino aperto sulle strade attorno, sul bosco e anche sull’area giochi; mi attraevano i sentieri di ghiaia ordinati, le coppie che passeggiavano mano nella mano, le lapidi scure e antiche e i nomi senza storia, ai miei occhi, solo pieni di segreti. C’era un sole appena tiepido, mi sono scaldata camminando in quella pace.
Quella passeggiata mi ha un po’ aggiustata.
Dovremmo camminare più spesso con in mano il nostro cuore.
Aperto.
Anche se fa un freddo cane.
Togliergli le spine.
Lasciarlo respirare.
Maglione bianco muro
F. è tornato dopo cinque giorni a Valencia per un congresso. Nel frattempo anche la meravigliosa e salvifica S. è stata via ed è transitata rapidissimamente in Italia, giusto poco più di 24 ore per dare un esame all’università, incontrare un prof. per la tesi, cambiare una valigia piccola con una più grande e comprare un pacco di taralli pugliesi per L. E’ tornata alle due di notte, piena di energie, e ha fatto tutto il tragitto dalla fermata del bus a casa in compagnia di tre volpi. È una creatura magica, probabilmente per questo l’hanno scortata.
Preoccupati per la mia solitudine in questa enorme casa che scricchiola e con le due bimbe, il primo giorno sono venuti a trovarci una collega di F., dirottata anche lei qui per il dottorato, da Ferrara, insieme alla sua famiglia: suo marito, in smart working con l’Italia, la piccola E. che ha due anni e anche la nonna, che faceva la preside e adesso si gode la nipotina e le proprie sorelle in giro per il mondo. Siamo stati al parco a saltare sui tappeti elastici (qui è normale trovare i tappeti elastici ai giardini ed anche i tecnici in divisa catarifrangente che li provano, si divertono, li puliscono e annotano misure e stato d’usura su un tablet), le bimbe hanno corso scalze su e giù da uno scivolo per due ore e noi intanto abbiamo iniziato a conoscerci. A fine pomeriggio anche gli adulti (quasi tutti) hanno provato (quasi tutti) i giochi e poi abbiamo improvvisato una cena, come se ci conoscessimo da sempre, condividendo quello che ciascuno aveva già preparato e alla fine sul tavolo c’era come sempre troppo cibo, coloratissimo, quinoa con verdure, salmone al forno, patate, due tipi di pane, che qui è buonissimo, talvolta impastato col miele (quello di segale, ha indovinato L., sa di liquirizia), e anche i sei tipi di cioccolato che F. mi aveva regalato prima di partire, come scorta serotoninergica o captatio benevolentiae, non ho ancora capito. Per questa serata calorosa e allegra sono ancora grata.
Noi ragazze ce la siamo cavata alla grande, poi; nei giorni successivi siamo state al Mercato Centrale e a camminare sull’acqua, abbiamo fatto un picnic e siamo entrate alla Kulturhuset che è un posto incantevole e solo in biblioteca, settore infanzia 0-9, si possono trascorrere ore dimenticandosi del mondo (e andare in bagno scalzi, come si usa, qui, nei posti per bambini). La piccola E., che tra le altre cose è una fan sfegatata di Pippi Calzelunghe, ci ha invitate ad andare a conoscere la sua casa e finalmente siamo state a Junibacken. Mi sono follemente innamorata del cavallo a pois e del tramonto sul profilo della città.
Non contente e visto che c’era sempre il sole, siamo state anche all’Hagaparken, che è vicino e ci sembrava una meta tranquilla, per poi scoprire che eravamo proprio davanti all’ingresso della Casa delle farfalle, e quindi siamo entrate, e oltre alle farfalle c’erano anche i pesci tropicali e una vasca con gli squali, e lì L. si è elettrizzata e ha snobbato le farfalle per iniziare a correre dalla vasca con gli squali alla loro dentatura appesa ad una parete, avanti e indietro per due ore ininterrottamente.
Ogni tanto S. ed io ci dopavamo di caffè, lei freddo ed io bollente, per provare ad avere le energie sufficienti ad arrivare a sera. Io ho oscillato molto spesso dall’educazione dolce all’urlo di Tarzan, per citare la mia amica T. Alla sera ho provato di nuovo a leggere le notizie, nel silenzio prima di dormire, ma ho sempre fatto incubi, dopo. Quindi leggo altro, studio mappe e piego asciugatrici, che ha un ché di meditativo.
Dalla prima sera in cui F. è partito, dato che aveva rovesciato un intero flacone di detersivo sul suo piumone “per pulirlo più meglio”, L. ha dormito nel lettone con me. Attorno alle sei del mattino, quando inizia a filtrare luce anche attraverso le tende oscuranti della nostra camera, mi sono ritrovata sempre a dormire in mezzo, tra lei ed M., e a guardarle piano e ad ascoltarle respirare. Per questo nostro tempo sospeso di adesso mi sento incredibilmente privilegiata.
Comunque F. è tornato sabato pomeriggio e verso sera mi sono seduta davanti ad una tazza di tè con addosso un maglione bianco come il muro nel tentativo di mimetizzarmi. Ha funzionato per meno di cinque minuti.



Långholmen
Sabato è stata una giornata splendida. C’erano il sole e ventitre, ventiquattro gradi.
Abbiamo un carissimo amico, qui; lui ed io siamo cresciuti praticamente insieme nella periferia di Bologna e adesso ci ritroviamo, quasi per caso, ad abitare a poche centinaia di metri di distanza nella periferia di Stoccolma (questa è più pettinata, come dice lui). E insomma quando siamo arrivati ci ha portato un lettino gonfiabile e ha annunciato: “Prima regola: quando c’è il sole in Svezia si esce!”.
Quindi siamo usciti.
Siamo stati su quest’isolotto verde che è una delle innumerevoli isole che costituiscono la città; è a nord di Hornstull, quartiere che affascina F. perché “sembra di essere a Berlino”, e infatti le scale mobili in metropolitana sono sporche e vere e c’è uno street food festival nel week-end in cui si può mangiare qualunque tipo di pietanza da qualunque parte del mondo, credo; ci andiamo il sabato mattina ad accompagnare L. all’asilo italiano che poi asilo non è, ma è una sorta di ludoteca dove per qualche ora lei può giocare con bambini che parlino la sua stessa lingua, e intanto i genitori, coppie variegatissime dalle più svariate storie e provenienze ma tutte assortite con almeno un italiano, possono fare fika, cioè una pausa caffè, comodamente appolaiati nella sala pittura di questa scuola svedese presa in prestito per l’occasione. E’ stata una scoperta piacevolissima, utile e anche dolce, quella di questa associazione culturale (si chiama Il Ponte, non a caso) che propone varie attività in italiano per svedesi che vogliano cimentarsi, o per gli esuli in cerca della pratica della propria lingua madre per sé o per i propri figli. E’ stato bello, all’inaugurazione, ascoltare nonni e genitori almeno bilingue raccontare un po’ di sè e della propria geografia strampalata. Unica per ciascuno. C’è una mamma svedese, bibliotecaria, formatasi in Italia e sposata con un romano ricercatore di lingua latina all’università – nonostante la di lui professione, hanno più facilmente trovato occupazione a Stoccolma e vivono qui da circa dieci anni (lei si è già offerta di prestarci vari capi per le bimbe e l’inverno, perché la cultura del riuso qui è diffusissima e pratica quotidiana); c’è la coppia mamma ucraina-papà italiano che qui si sono letteralmente reinventati da capo cambiando entrambi lavoro e trasferendosi in un villaggio di trecento abitanti su un fiordo, e disposti ogni sabato a fare più di due ore di viaggio all’andata e due al ritorno per far giocare la loro bimba a strega acchiappa color…in italiano – dopo l’asilo vanno in un bosco a campeggiare “finchè le temperature lo consentono”; ci sono due italiani che fanno ricerca al Karolinska Institutet, si sono conosciuti qui e qui sono rimasti (“perché sei messo nelle condizioni per poter lavorare, e bene”, mantra che sento ripetere da quando siamo arrivati); c’è la famiglia che ha vissuto un po’ in Francia, un po’ in Lapponia e poi si è spostata qui “perché faceva troppo freddo”; e via discorrendo.
Di tutti io sono l’unica che, al momento e a parte questa breve parentesi, vive (ancora) nella stessa città in cui è nata, e questo mi ha fatto molto riflettere.
Insomma sabato scorso, dopo l’asilo, abbiamo attraversato un ponte e siamo capitati in questo giardino vastissimo che è l’isola di Långholmen; c’era una caffetteria in un edificio di legno pitturato di rosso e scricchiolante come casa nostra. Dentro c’erano stufe ricoperte di piastrelle dipinte a mano in ogni stanza e tazze da tè vecchissime, sbeccate e spaiate; fuori sdraio in legno bianco che riflettevano il sole. C’era una spiaggia, ovviamente pubblica e gratuita, a ridosso della pista ciclabile, con docce e bagni puliti e anche un fasciatoio. Una famiglia di folli faceva il bagno. In lontananza è passato un traghetto, tra le barche a vela, e ha sollevato onde potenti. “E’ come essere sull’arcipelago, senza essere nell’arcipelago”, ha commentato il mio amico quando gli ho detto che eravamo lì. Abbiamo diverse mete da esplorare nell’arcipelago, nei prossimi week-end. Intanto, lì, ho mangiato l’ennesima ciambella con semi di papavero cercando di capire se mi piaccia di più di quella alla sola cannella. Era anche il giorno del nostro (quinto) anniversario di matrimonio.
E lì, nella tazza di caffè lungo lunghissimo, con in mano quella ciambella piena di burro e papavero, ho sentito sciogliersi un po’ della stanchezza e dello straniamento di questo periodo. Io ed F. ci siamo guardati e nelle onde generate da quel traghetto ci siamo riconosciuti.

