Siamo a Kali, Croazia, isola di Ugljan. Casa che “ha carattere”, diceva una delle recensioni. All’arrivo ho pensato che mi avesse presa in giro, troppo spigolosa, difficile, pericolosa. Scale ripidissime, letti altissimi da cui cadere. Ma. Ha una storia. Parla, molto e anche bene, in varie lingue che per lo più non conosco. L’ha, evidentemente, progettata la sua proprietaria, che fa l’architetto e vive a Berlino, “Secondo te è tedesca o francese?”, “Ha importanza?”, è brava, noncurante, leggera. Le finestre si affacciano sul mare. “Prima che venisse costruita la strada per proteggere gli edifici, dal balconcino ci si poteva tuffare direttamente in acqua”. Mi tuffo allora, ma poco e male. C’è una ragazzina che parla tedesco ed è qui in vacanza coi genitori, si tuffa tutto il giorno senza tregua, dalla piattaforma dagli scogli dal molo dai galleggiabili, si tuffa bene, perfetta, felice, ride in acqua, sott’acqua, prima di immergersi. Come dovrebbe essere avere quattordici anni. Che occasione è agosto.
Alle pareti sono appese fotografie scattate durante viaggi, e qualche foto di famiglia in bianco e nero. C’è un vocabolario di croato, un fornello a due, una stampante, la moka. “Sono giù, aprite le finestre quando vi svegliate così vi vedo. C’è un po’ di caffè pronto e le pesche sbucciate in frigo”.
Settembre incombe come solo lui riesce a fare.
Ho avuto il dono di un agosto indicibile. Nel non detto stanno perle, sassi, paure, dolori, intuizioni, mancanze, chilometri. Il perdono. L’amicizia, sentita nella pancia. E quella perduta, per sempre. L’amore. Ljubav. Parole impastate in dialetti che non capisco.
Forse per questo questa casa mi tiene sveglia la notte. Mi impegna a decifrarla.
Questa casa perfetta per amarsi, davvero liberamente, tra un libro e l’altro, dopo colazione e prima di un bagno in mare. Ljubav. F. ed io abbiamo sempre più capelli bianchi, i miei formano una striscia quasi compatta che da una tempia si perde nel folto increspato di salsedine.








